
Cemento, terra, erba, ancora cemento. Ogni calendario ha le sue stagioni e queste non sempre hanno a che fare con il clima. Nel tennis d’élite, l’anno è scandito dai campi su cui si gioca.
Anche se i calendari ATP e WTA nascono da un complesso incastro – fatto di esigenze logistiche, finestre meteo, vincoli commerciali e televisivi – noi, intuitivamente, li pensiamo come una successione ciclica di superfici.
Leggere lo scorrere del tempo in questo modo ci fa perdere di vista alcune differenze, perlomeno in una certa fase dell’anno. Se la stagione su erba si gioca effettivamente sui prati e la stagione su terra quasi esclusivamente su polvere di argilla rossa (quella verde ricavata dal basalto è sempre più rara; quella d’argilla ricolorata in blu è durata pochissimo), la stagione su cemento – o sul duro – racchiude invece una pletora di tornei giocati su campi abbastanza diversi tra loro.
Ciò che li accumuna, infatti, non è la composizione specifica delle superfici, quanto piuttosto la loro logica progettuale. I campi duri sono strutture complesse e di grande versatilità. Se li guardiamo in sezione, troviamo una base di calcestruzzo o di asfalto e, sopra questa, diversi strati di mescole sintetiche. Ogni sistema disponibile sul mercato ha la sua formulazione peculiare, sviluppata combinando materiali come lattice, gomma, resine acriliche, vetroresina o silice.
Da questo schema duttile nascono i vari GreenSet, DecoTurf, Laykold, Rebound Ace e Plexicushion, nomi commerciali per manti personalizzabili. Ognuno di questi sistemi consente diverse configurazioni, in cui possono variare velocità, attrito e rimbalzo della superficie.
Eppure, quando ne parliamo usiamo la parola cemento, per sineddoche, o duro (hard in inglese), per metonimia. Figure retoriche che non sono soltanto una pigra abitudine linguistica, ma un segno del nostro modo di vivere un certo tipo di tennis.
Se raccontiamo mesi di competizioni appoggiandoci a questa semplificazione è anche perché percepiamo, tutto sommato, una sola lunghissima stagione, talmente massiccia da fagocitare e deformare il calendario, abbastanza piatta da nasconderci le sue differenze interne.
Questa percezione in scala di grigi non è un errore ma un sintomo, la traccia di qualcosa che scorre carsico nella nostra esperienza del tennis sul cemento.
Oggi è facile fraintendere ciò che proviamo durante la stagione sul duro. Negli ultimi tempi abbiamo letto molte discussioni sulle superfici, incentrate perlopiù su un’equazione molto semplice: la velocità dei campi è sempre più uniforme e questo farebbe convergere stilisticamente i tennisti su uno stretto ventaglio di soluzioni più redditizie, spingendo il circuito verso una monodimensionalità fatta di scambi lunghi e ripetitivi.
Questo argomento ingombrante, rilanciato anche da Roger Federer, rischia di far scivolare fuori asse ogni tentativo di analizzare la nostra percezione del tennis su cemento. Così, la poca espressività che sembra emergere da certe partite verrebbe interpretata come una mera manifestazione di questa temuta standardizzazione degli stili di gioco.
Per evitare che il discorso finisca in questo imbuto conviene fare ordine tra questi temi e allargare l’inquadratura.
Anzitutto, vale la pena ricordare che il gioco sta confluendo verso un numero ridotto di pattern non solo per l’omogeneizzazione delle superfici, ma anche per altri fattori – tecnici e materiali – forse ancora più determinanti. La questione su cui ora concentrarsi è però un’altra: la varietà di gioco non è in sé qualcosa di positivo; lo diventa solo grazie all’esperienza che ci offre, più vivace e divertente.
La monodimensionalità è un problema perché rischia di rendere il tennis troppo ripetitivo e vuoto, portandoci verso lo scenario più temuto da ogni appassionato. Per noi spettatori, comunque, la differenza tra monotonia e coinvolgimento dipende da tante cose.
Pensiamo per esempio alla preoccupazione per la prevedibilità dei grandi tornei, che sta emergendo per via di una rivalità che sembra cannibalizzare il circuito. Ma non solo. Dietro all’impressione di noia possono agire cause latenti, visibili solo mettendo tra parentesi questi dibattiti. Senza quel rumore, si apre un orizzonte in cui diventano più leggibili anche le sensazioni restituite dal tennis su cemento.
Ho iniziato a riflettere su questo tema quando mi sono reso conto di aver provato uno strano retrogusto, quasi insipido, davanti a match su cemento molto diversi tra loro, sia per la durata degli scambi, sia per lo stile dei tennisti. Anche ammettendo che il gioco stia diventando meno vario, sappiamo che è ancora possibile vedere all’opera tennisti capaci di cambiare registro, intercalando contrappunti come salite a rete, chip-and-charge, smorzate e slice. Per quanto io possa apprezzare questi gesti tecnici, quando li vedo su cemento sento comunque in sottofondo una monotonia un po’ triste.
Mi resta dunque l’idea che questo sentore lasciato dal cemento non svanirebbe nemmeno se diventasse realtà l’ipotesi di una più spiccata varietà di gioco, resa possibile da campi più eterogenei. Neppure se estremizzassimo le condizioni di alcuni tornei – ad esempio con Indian Wells e Cincinnati più lente della terra, o Miami e Shanghai ancora più veloci dell’erba.
Per capire queste impressioni conviene allora guardare al periodo in cui si dissolvono, quello delle stagioni su terra ed erba. In quelle settimane le superfici naturali sembrano emanare una propria vividezza che prescinde dalla varietà stilistica di chi le calca. Al loro confronto, le superfici dure appaiono semplicemente più spente. Come se quei campi più tradizionali riuscissero a colorare l’esperienza di chi gioca e di chi guarda con una sfumatura più interessante.
Curiosamente, questa differenza ha anche un’eco acustica. Su terra e su erba i rumori del gioco sono soffici e ovattati, i movimenti sembrano felpati, anche le scivolate più impetuose non producono che fruscii. Il cemento, invece, fa affiorare un leggero fastidio epidermico dovuto allo stridore delle scarpe, simile a quello che provavo a scuola quando sentivo il rumore del gesso sulla lavagna. Non basta però mutare l’audio per azzerare la mia idiosincrasia per questa superficie. Il suono è solo un corollario di un discorso più ampio.
Tutto questo rimuginare mi ha portato a pensare che questa insofferenza, pur trattandosi di una contingenza soggettiva, nasca da una debolezza essenziale del cemento. Una mancanza di ciò che potrei chiamare "carattere".
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La distanza tra le superfici dure e quelle naturali è segnata più di ogni altra cosa da una diversa negoziazione tra materia e scopo.
È una dinamica consueta nel mondo industriale: alcuni materiali si adattano più facilmente a un uso pratico, e talvolta vengono concepiti e prodotti appositamente per un preciso impiego; altri, invece, oppongono una certa resistenza e lasciano una propria traccia nell’attività a cui sono destinati.
Anche se un campo da tennis ha una funzione elementare, la scelta dei materiali ne condiziona la messa in atto. Lo si vede bene in un caso limite, come due persone qualsiasi che decidono di scambiarsi una pallina con una racchetta: a seconda del luogo in cui si improvvisano tennisti, l’impronta del suolo sarà più o meno marcata nei loro gesti – a partire da quelli più semplici e inconsci, come appoggiare i piedi per terra. Insomma, su un campo brullo o su un prato i loro movimenti saranno più condizionati che su un parcheggio.
La negoziazione tra la materia e la funzione, però, è sempre bilaterale. Ogni superficie si è evoluta nel tempo per poter tenere il passo di uno sport che si stava professionalizzando sempre di più. Così come il cemento si è rivestito di formulazioni raffinate, nel tennis moderno anche la terra e l’erba hanno smesso di essere suoli comuni, diventando qualcosa di più complesso. Oggi i campi rossi si realizzano sovrapponendo strati di inerti gradualmente più fini, che culminano nella polvere di mattoni (più raramente di basalto). Quelli in erba nascono da una selezione maniacale di sementi.
Nonostante questo perfezionamento, le superfici naturali restano volubili e infide, e continuano a costringere chi gioca a fare i conti con esse. I rimbalzi sono imprevedibili e scompaginano il timing dei colpi, le suole scivolano e cambiano la percezione degli spostamenti. Sono condizioni che i tennisti devono saper interpretare, come musicisti jazz che stagliano assoli su complesse sequenze di accordi.
Non stupisce, allora, che terra ed erba siano un habitat meno ospitale per i tennisti regolari e più congeniale per quelli eccentrici. Ma è riduttivo vedere queste stagioni come semplici riserve per la biodiversità del circuito. Le superfici naturali non sono soltanto scenari alternativi buoni a scombinare le gerarchie durante la stagione, ma incidono sul tennis in profondità, modellandolo.
Il cemento, dal canto suo, tende a presentarsi come una superficie tennisticamente neutra, che non richiede interpretazioni.
La chiave del suo successo è proprio questa. Molti tennisti preferiscono giocare una partita su un campo duro per la sua prevedibilità: il maggiore grip del suolo tutela da scivolate fortuite (a costo, purtroppo, di maggiori sollecitazioni sulle articolazioni), mentre i rimbalzi costanti per tutto il match mettono al riparo da brutte sorprese quando si carica un colpo. Per gli organizzatori, invece, questa superficie consente di contenere i costi, grazie a una posa più economica e a una manutenzione meno impegnativa.
Da qui nasce una scuola di pensiero che considera il cemento la migliore superficie possibile, giustificandone così la crescente diffusione. Una posizione in cui riecheggiano alcune storiche correnti architettoniche e ingegneristiche, per cui funzionalità e adattabilità sono i migliori criteri per la scelta dei materiali di un progetto.
Appena si esce da questa concezione, però, questa virtù tecnica si rivela essere anche una pecca caratteriale. Il cemento, rispetto alle superfici naturali, è molto più "trasparente", e questo non può che sottrarre spessore all’esperienza sportiva.
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Nella personalità delle superfici possiamo trovare anche una sorta di eccedenza, qualcosa che prescinde dalla loro impronta sul gioco in senso stretto.
Un campo da tennis ha una presenza che non si può ridurre al suo ruolo puramente tecnico, al semplice fatto di essere il pavimento su cui ci si scambia una pallina. Sebbene in questo sport il tempo effettivo di gioco sia ridottissimo, una superficie resta tangibile anche nei lunghi tempi morti di un match.
Ciò non riguarda soltanto la sua dimensione materiale – il suo colore, la sua consistenza, i segni che lascia sui corpi dei giocatori – ma anche la sua capacità di evocare un certo immaginario.
Da un punto di vista simbolico nessuna superficie è totalmente neutra, perché su ogni campo si sedimentano vissuti personali e collettivi, che possono essere anche emotivi.
È in questo modo che si costituisce quella tradizione che troppo spesso viene difesa come se fosse uno statico valore intrinseco. Certi tornei si disputano storicamente su certe superfici: la storia di cui parliamo non è un mero accumulo di anni, quanto piuttosto un lungo stratificarsi di senso grazie alle esperienze condivise degli appassionati.
Ogni superficie porta con sé il ricordo delle grandi partite e delle grandi imprese compiute su di essa. Per questo il cemento non è afasico, ma racconta una propria tradizione, importante e consolidata (specialmente negli Stati Uniti). Ma l’immaginario legato a una superficie non si esaurisce nella sua storia, e abbraccia altri aspetti extratennistici che possono influenzarne l’impatto, aggiungendo uno o più veli densi di significato.
Ci sono altri richiami che possono irradiare una luce speciale o proiettare un alone di tristezza, se non addirittura di squallore. Basti pensare a come ogni superficie rimandi a un certo ambiente, e con esso ai legami che possiamo instaurare con un luogo e con le attività che vi associamo.
L’erba di Wimbledon è la trasposizione di un prato, uno spazio che, per gli inglesi, è anche simbolo del proprio paese e del suo tentativo di controllo sulla natura. Quel verde può però rimandare anche a qualcosa di più universale, ancestrale e bucolico. Lo stesso vale per la terra rossa, che a suo modo evoca campi arati e lavoro agricolo. Tutte immagini che parlano di una fuga dall’urbanizzazione e dal suo caos (incarnato dalla parola cemento), oppure di un rifiuto della pervasività della produzione industriale (condensata nel nugolo di nomi tecnici delle superfici sintetiche).
Queste sono chiavi di lettura abbastanza semplici, se non scontate. I campi da tennis possono però far trasparire significati più complessi. Per avvicinarli dobbiamo spingerci più in profondità, dentro le nostre esperienze personali.
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Credo che dietro il mio modo di vedere le diverse superfici tennistiche agisca, in sordina, l’impressione di una differente nobiltà dei materiali che le compongono.
In questa inclinazione riconosco l’influenza di mio padre, un artista che scolpiva principalmente pietra e mattoni, creando opere che si sorreggevano, più che su idee e concetti, anzitutto sul loro spessore materico.
Ma l’imprinting più forte risale a una nostra conversazione di tanti anni fa, a proposito di auto d’epoca. Lì mi fece notare come le macchine prodotte negli anni ’50 e ’60 invecchiassero in modo opposto rispetto a quelle fabbricate dagli anni ’80 in poi.
Da allora, quando osservo un oggetto, guardo a come questo accetta lo scorrere del tempo. Ci sono materiali, come il metallo o il cuoio, che lo fanno con dignità, arricchendosi di una patina; altri invece, come le moderne termoplastiche, finiscono per degradarsi, scolorendosi e diventando appiccicosi. Quella sensazione di tristezza evocata da alcune plastiche di uso comune si è poi silenziosamente proiettata su tutti i polimeri artificiali, anche sulle superfici acriliche sopra cui danno spettacolo campioni come Sinner e Alcaraz.
Questa digressione personale è solo un esempio di come le esperienze individuali possano far sedimentare un senso negli oggetti (e nei materiali di cui sono fatti). Un senso che riesce a riverberarsi nel modo in cui facciamo esperienza di molte altre cose, magari neanche direttamente correlate. Come una partita di tennis e il campo su cui si disputa, appunto.
Movimenti cognitivi ed emotivi del genere riguardano tutti noi e, per questo, meritano di essere oggetto di confronto. Anche perché la condivisione di idiosincrasie e simpatie finisce per generare un ulteriore accumulo di significati e ci spinge, così, a riconsiderare il nostro sguardo senza arroccarci nei nostri vissuti.
Io stesso, un domani, potrei arrivare a riconoscere alle superfici dure un carattere più luminoso e variopinto di quanto non mi sembri ora, semplicemente ascoltando il racconto di qualcun altro. Chissà, potrebbe essere un appassionato di design degli anni ’70 con un particolare affetto per i materiali sintetici. Oppure qualcuno che ha bei ricordi ambientati in un edificio brutalista, e quindi un legame speciale con il cemento. O magari qualcun altro ancora, che ora non riesco neanche a immaginare.
Forse è proprio questa condivisione di esperienze, questo confronto tra persone con visioni e storie private diverse che sta mancando attorno al tennis su cemento, facendolo apparire più grigio di quel che invece potrebbe essere.