
La storia è vecchia di mille anni, forse di più: è una di quelle storie più vecchie delle querce.
Al centro c’è un re titubante, indeciso sul da farsi: i suoi sodali lo hanno tradito, o stanno per tradirlo; lo hanno abbandonato, o stanno per abbandonarlo. Nelle viscere del re alberga la disillusione, la paura, ma ribolle anche il grumo magmatico della rivalsa, quel fuoco sacro che fa di un re un re. Che sia Vortigern di Britannia (in gaelico Wawrtigherne, capo assoluto) in procinto di conquistare tutto il Galles o Sadio Mané, capitano del Senegal che si è spinto fino alla finale di Coppa d’Africa che sta contendendo al Marocco sul suo suolo, poco cambia.
Il saggio ha sempre incarnati albini, è canuto: l’esperienza è stratificata sulle guance cadenti, la pelle inspessita dai cimenti e dall’arrovellamento pensoso. Il condottiero gli si avvicina per nulla titubante: abdicare il proprio potere decisionale, asservirlo al consiglio che cade dall’alto, non è disonorevole.
Sento il castello disfarmisi sotto i piedi, pisipiglia al saggio.
È perché sotto le fondamenta giacciono due draghi in costante lotta tra loro, risponde l’uomo con l’età delle sequoie.
Nel caso di re Vortigern, le due fiere sono Ambrosio Aureliano e Uther Pendragon, in lizza per la successione: almeno è così che lascia intendere Myrrdin, o Merlino se preferite. Per Sadio Mané da una parte c’è la voglia di abbracciare il sentimento di ingiustizia, con il mood sotto le suole delle scarpe dopo un gol annullato e un rigore assegnato ai rivali all’ultimo minuto utile della finale; dall’altra la volontà di combattere il mondo che si sta sbriciolando sotto i piedi, di non arrendersi finché non è finita. I suoi compagni hanno battuto in ritirata, eseguendo l’ordine dell’imperatore Pape Thiaw. Sul campo regna l’incertezza. Passano i minuti.
Claude Le Roy, Merlino nel cuore del Maghreb, non ha dubbi sul da farsi: dalla linea di bordo campo si lascia raggiungere da Sadio, lo abbraccia, lo ascolta chiedere «e tu, cosa faresti al posto mio?». «Fossi in te», risponde Le Roy, «andrei a richiamare i tuoi compagni. Li riporterei in campo, finirei la partita. Un rigore non è necessariamente un gol». Il disonore della ritirata rovinosa contro l’accettazione a testa alta. Un re non si farebbe mai venire il dubbio. E dietro un re, come insegnano i cicli arturiani, c’è sempre un consigliere con il dono della preveggenza, e della saggezza.
Le telecamere che inquadrano Mané mentre solleva la Coppa d’Africa, dopo che il Marocco quel rigore l’ha sbagliato, dopo che i "Leoni di Teranga" il gol decisivo l’hanno trovato all’inizio dei supplementari, non cercano Claude Le Roy a bordo campo. Lo avrebbero trovato esultante, compiaciuto, o come sempre serafico? Di certo, nei suoi occhi, avremmo potuto scorgere lo stesso scintillio che ha in questa foto di quasi quarant’anni fa.

I capelli un po’ più biondi, la pelle meno cascante, abbrustolita dal sole cocente, il passaporto tra le mani, una mappa, un pallone, il sorriso del backpacker che sta per vivere l’avventura più indimenticabile della sua vita, sulla spiaggia di un continente che inesorabilmente ne avrebbe segnato il destino: l’Africa. Il continente che conosce meglio di chiunque altro, in cui ha allenato sei Nazionali diverse, che lo ha abituato alla realtà meravigliosa, e un po’ magica, di un calcio incomprensibile. Un posto, l’Africa, che non finisce di stupire nessuno, figuriamoci lui.
CHI È MAESTRO DELLA SUA SETE È MAESTRO DELLA SUA SALUTE (PROVERBIO BRETONE)
La storia di Claude Le Roy, proprio come quella di Myrrdin, o Merlino, il mago del ciclo arturiano, inizia da quella propaggine di Francia che si stende nell’Atlantico, e che punta – come il dito di Colombo fa con le Americhe – l’omonima grande isola prospicente: la Bretagna. Precisamente a Bourbriac, dieci chilometri a sud di Guingamp, un posto che deve il suo nome al monaco irlandese Briac, morto in quelle terre nel settimo secolo, al termine di una vita di evangelizzazione. A Saintbrac la fede è una cosa seria: nel 1794, di fronte alla minaccia di un incendio che avrebbe devastato il borgo, ottocento persone hanno marciato in ginocchio per invocare la salvezza da parte del monaco santo.
Nel santuario dedicato a Brac si curano casi di pazzia ed epilessia: i familiari spingono i malati a forza dentro al sanatorio, consapevoli del fatto che non li rivedranno mai più. In questo mare magnum di cattolicesimo dramatico, nella famiglia Le Roy si respira, enclave felice, una brezza progressista. I genitori di Claude sono insegnanti, insegnanti e comunisti. Vivono letteralmente nel piano superiore della scuola in cui insegnano. Nel salotto di quella casa si parla correntemente dei movimenti indipendentisti algerini, che papà Le Roy supporta non solo ideologicamente ma sul campo (è alla stazione di Charonne, a Parigi, nel febbraio del 1962, quando la polizia soffoca nel sangue le manifestazioni pro-indipendenza); e poi di Patrice Lumumba, di autodeterminanzione dei popoli, e delle persone. Per questo Claude è sorpreso quando, nel momento in cui annuncia ai suoi di voler fare il calciatore, il padre, per schernirlo, gli prepara dei biglietti da visita sui quali scrive Claude Le Roy, calciapalloni. La sua insegnante di piano, dal par suo, alla notizia scoppia a piangere. È davvero così disonorevole, quando si cresce in un contesto del genere, diventare uno sportivo professionista?
Oddio, che Claude Le Roy sia bravissimo con il pallone tra i piedi non si può dire. Però è un atleta diligente, nutre una passione sconfinata per i rapporti umani che attraverso il calcio si instaurano. Nel 1972 è tra i promotori del primo sciopero dei calciatori professionisti francesi, che porta alla sospensione di otto partite su dieci della giornata di Ligue 1 e sarà propedeutico alla prima regolamentazione dei diritti lavorativi dei calciatori in Francia, la “Carta del calciatore” che prenderà vita un anno più tardi.
La vera illuminazione, però, per Le Roy, avviene un anno prima, nel 1971: una folgorazione sulla via di Damasco in cui Damasco ha le fattezze di Brazzaville, Congo. Nell’Ajaccio, Le Roy è compagno di squadra di Mpelé e Balékita, nazionali congolesi. La squadra corsa, nella cornice di un accordo di collaborazione patrocinato dalla compagnia petrolifera Elf, si trasferisce per alcune settimane nel cuore dell’Africa per aiutare i "Diavoli Rossi" a preparare la Coppa continentale di quell’anno. Giocano due partite a Brazzaville e una a Pointe-Noire, in stadi pieni di gente, ma così pieni che sembrano esplodere. Le Roy è colpito dalla passione, e dalla gioia con la quale a quelle latitudini si vive il calcio: un orgasmo permanente, lo definirà più avanti. Dall’albergo di Brazzaville osserva le luci di Kinshasa, la capitale dell’allora Zaire, sull’altra sponda del fiume Congo. Pensa a suo padre, ai nomi di Lumumba, di Moise Tshombe, alle lotte per la deloconizzazione di quell’angolo d’Africa. Comincia a pensare che forse, di quell’avventura, anche suo padre potrebbe andare orgoglioso.
La carriera, non brillantissima, andrà avanti per un altro decennio. Dopo Ajaccio l’Olympique Avignone, poi Laval, dove si trasferisce solo ed esclusivamente per farsi allenare da Michel Le Millinaire, consigliere del Ministero per l’Educazione e fratello di uno dei più fervidi attivisti socialisti di Francia negli anni Settanta, insegnante, uno dal quale pensa di poter imparare qualcosa. Più che un’appendice di carriera da calciatore si tratta di un vero e proprio apprendistato da allenatore: la parabola inizia sulle panchine dell’Amiens prima, e del Grenoble poi. Ma il cuore, e i sogni, sono rimasti sulle rive limacciose di un fiume che per più di quattromila chilometri, come uno strappo su una tela di Fontana, fende l’epicentro dell’Africa Nera.
CHI È ABBANDONATO DA TUTTI È CON DIO (PROVERBIO CAMERUNENSE)
A Grenoble, Le Roy arriva nel 1983 per sostituire l’esonerato Jean Djorkaeff, ex calciatore franco-armeno, capitano della nazionale transalpina ai Mondiali del ‘66, che nelle giovanili del club sulle sponde del Rodano sta anche facendo crescere il suo talentuoso primogenito, che si chiama Youri. Il presidente del Grenoble, Marc Braillon, non è proprio il profilo umano più congeniale a Le Roy: ha combattuto con l’esercito francese in Algeria contro i moti indipendentisti, e ha una visione della vita più materiale che filosofica. Non è un caso che due anni più tardi, dopo un litigio, Braillon non si faccia scrupoli a mettere Le Roy alla porta – non dopo però che Claude sia riuscito a far esordire, il 30 marzo dell’85, Youri Djorkaeff in prima squadra.
A Grenoble vive anche Albert Batteux, l’ex allenatore della Nazionale francese terza ai mondiali di Svezia: Claude è entrato nelle sue simpatie, si frequentano, nonostante la differenza d’età parlano molto e un po’ di tutto. Batteux è esattamente il modello di allenatore che Claude vorrebbe diventare: autorevole senza mai essere autoritario. Un giorno Batteux lo fa sedere sul divano, e tra le tante chiacchiere gli butta là un’idea. Gli spiega che il presidente della Repubblica di un Paese africano lo ha contattato per farsi suggerire un allenatore giovane, con le abilità sportive e intellettuali per guidare la sua Nazionale. «Ma tu, per esempio: te la sentiresti di allenare il Camerun?», gli chiede a bruciapelo. Quando Claude, un po’ stordito, torna a casa e ne parla con Eva, la moglie, si sente chiedere: «Ah, ma giocano a calcio laggiù?».
In Camerun a calcio ci giocano eccome, e peraltro i "Leoni Indomabili" non sono una Nazionale qualsiasi: sono i campioni d’Africa in carica, e all’ultimo Mondiale, quello di Spagna, sono stati eliminati soltanto in virtù della peggior differenza reti, dopo aver pareggiato tutte le partite inclusa quella conclusiva a Vigo con l’Italia (che si sarebbe qualificata al posto loro per involarsi verso il trionfo Mundial). Ognjanovic, che aveva preso le redini della squadra dopo quel Mondiale, non era riuscito a replicare l’exploit e non era riuscito a classificarsi per Mexico 1986. C’era bisogno di un nuovo ciclo, idee nuove, volti freschi. Le Roy non crede alla veridicità della proposta fin quando non riceve la telefonata di Eugène N’Jo Léa, ex calciatore e in quel momento ambasciatore camerunese in Francia, che lo invita a presentarsi a Yaoundé il 20 maggio, giorno in cui si celebra la più importante ricorrenza, la Festa dell’Unità Nazionale. Al suo arrivo, Le Roy viene accolto dal Ministro dello Sport: è con sua moglie Eva, si aspettano di essere accompagnati in hotel per riposare un po’ prima di discutere i termini contrattuali. Invece l’auto li conduce in una sala strapiena di giornalisti, nel cuore dello stadio Omnisport, il cuore pulsante del calcio camerunese, dove viene annunciato come nuovo allenatore e direttore tecnico della Nazionale dei "Leoni Indomabili". E soprattutto dove gli viene chiesto di spiegare perché proprio lui.
Ci mette pochi minuti, insomma, il neppure trentasettenne Le Roy, a capire che in Africa, per sopravvivere nel mondo calcistico, bisogna essere molto tolleranti, soprattutto nei confronti della faccia politica del calcio, molto più evidente di quanto non lo sia, per dire, in Francia. Là la strumentalizzazione del calcio, e dei giocatori, è una delle strategie più utilizzate dai capi di stato per assicurarsi la lealtà dei propri seguaci. Chi vince si guadagna i peana, o semplicemente il supporto, del Presidente-Condottiero-Padre della Patria: chi perde, o non si dimostra all’altezza, deve temerne gli stati d’animo, le ripercussioni. Perché la politica, in Africa, è ancora molto simbolica: la ritualità, la cerimoniosità, è molto più importante del contenuto.
Deve poi prendere da subito coscienza anche di un altro aspetto, Le Roy: che i processi decisionali, l’entusiasmo, lo scoramento viaggiano sulle onde dell’emozionalità più che della ragione. Alla prima sessione di allenamento alla guida del Camerun sugli spalti ci sono trentamila persone, vibranti. «Lo capisci molto velocemente», confesserà, «che non puoi permetterti di fare errori». Dire che Le Roy viene accolto con entusiasmo sarebbe dire una bugia. Cosa ci fa questo pivello biondo con la faccia da surfista intellettualoide sulla panchina di una squadra che è un tesoro nazionale? Le Roy capisce che per smentire il pregiudizio esiste una sola moneta spendibile: l’applicazione, il duro lavoro. E ovviamente la più diretta, ma non scontata, conseguenza: i risultati.
Sotto la guida di Le Roy il Camerun non perde una partita (nell’arco dei novanta minuti) per i successivi tre anni. Vince tutto, anche grazie a una generazione di fenomeni (da Mfédé a Omam-Biyik a, soprattutto, Roger Milla). Ma soprattutto, Claude scopre il valore dei contatti umani. Si circonda di collaboratori camerunensi, segue molte partite del campionato locale, alla ricerca di talenti. Mentre osserva il Tonnerre Yaoundé sugli spalti dell’Omnisport viene folgorato dalla visione di un giovane centravanti che sembra volersi mangiare il mondo intero. Ha talento, velocità, tecnica, esplosività. E soprattutto: una forza di volontà e una motivazione rara. Si chiama George Oppong, segna quattordici gol in campionato e purtroppo per lui non è camerunese, ma liberiano. Claude si sente di segnalarlo ad Arsène Wénger, all’epoca allenatore del Monaco. Gli invia un telegramma: "Lo metta sotto contratto, Arsène, non se ne pentirà. Segni questo nome: George Tawlon Manneh Oppong Osuman Weah".
Le Roy spinge da subito la federazione a investire in stage formativi: porta i giocatori in Brasile, per cinque settimane, e poi in Germania, dove mentre l’autobus corre lungo le sponde del Reno racconta ai suoi giocatori la leggenda di Lorelei, la sirena che attirava i marinai a sfracellarsi contro la scogliera. Lorelei, nel suo discorso, è la personificazione delle sirene del successo, dei soldi facili: «Tre quarti dell’audience si è addormentata dopo dieci secondi», racconterà.
Nella Coppa d’Africa del 1986 Le Roy va vicinissimo al suo primo successo con i "Leoni Indomabili", neppure un anno dopo averne assunto la guida: sotto i colpi del suo Camerun cadono Zambia, Algeria, Costa d’Avorio. Roger Milla è sugli scudi. Ma a portarsi a casa la coppa saranno i padroni di casa dell’Egitto, vittoriosi ai calci di rigore.
Quando la programmazione è quadrata e i giocatori sono di indubbio talento, il risultato non può sfuggire a lungo. Le Roy ci riuscirà, a coronare il sogno di vincere il titolo continentale, due anni più tardi, nel 1988, in Marocco, eliminando i padroni di casa in semifinale e la Nigeria nell’ultimo atto, a Casablanca.
Cosa può separare Le Roy dal Camerun, a questo punto? Il loro rapporto, nato zoppicante, si è trasformato già in idillio. Eppure, dove non arrivano gli insuccessi sportivi o i malumori del pubblico, può spingersi la mano lunga della politica. La politica dà, la politica toglie.
A Joseph Fofé, il braccio destro del lider màximo Paul Biya, Ministro del Lavoro e del Welfare oltre che, ad interim, dello Sport, Le Roy non è mai stato simpatico. Non sappiamo se la cosa sia reciproca: in questi casi, però, una stima almeno di facciata è imprescindibile per tenere la barra del timone dritto e lavorare in un’ottica comune. Fatto sta che quando il Ministro propone a Le Roy un’estensione di contratto, Le Roy un po’ a sorpresa non l’accetta. Chi è abbandonato da tutti, dice un proverbio camerunese, è con Dio. Un altro recita: chi non ha un fratello in cima all’albero non mangia frutti maturi. Le Roy sapeva di aver perso il sostegno politico, la corrazza che lo proteggeva e lo teneva ben saldo al suo posto di lavoro: se avesse rinnovato il contratto lo avrebbero licenziato poco dopo, ne era certo. In compenso, però, aveva trovato qualcosa di molto più prezioso: la consapevolezza che l’Africa, con tutte le sue storture ma anche i suoi entusiasmi dirompenti, era l’unico palcoscenico sul quale avrebbe voluto portare in scena quello spettacolo d’arte buffa che è allenare una Nazionale di calcio.
UN TRONCO D'ALBERO PUÒ RIMANERE IN ACQUA A LUNGO, MA NON DIVENTERÀ MAI UN COCCODRILLO (PROVERBIO WOLOF)
La federazione di calcio camerunense, nel momento in cui l’addio di Le Roy si concretizza, fa una mossa azzardata: promuove sulla panchina della Nazionale maggiore un russo pressoché sconosciuto che risponde al nome di Valery Nepomnyashchy. Nato sui Monti Altaj, in una delle propaggini più estreme dell’Unione Sovietica, Nepomnyashchy ha allenato brevemente in Turkmenistan prima che la federazione sovietica lo spedisse a seguire progetti di sviluppo calcistico curati dall’Unione Sovietica in Algeria, Tunisia e Suriname. Entrare nel calcio camerunense, per Nepomnyashchy, avrebbe dovuto significare più o meno continuare il proprio lavoro, soprattutto nelle selezioni giovanili: supporto, formazione. Ma l’addio di Le Roy finisce per accelerare i tempi, o farli rovinare, e lo catapulta, di fatto, subito in prima linea. Sotto la sua guida il Camerun non solo si qualificherà al Mondiale del ‘90, ma si renderà protagonista di una delle più fantastiche avventure di una Nazionale africana ai Mondiali.
Sbarcare in Italia sarebbe anche l’obiettivo di Le Roy, quando a fine 1988 accetta il ruolo di commissario tecnico del Senegal. Subito dopo la firma, però, Claude si accorge che c’è qualcosa che non va. Nella lista delle gare previste per il primo turno di qualificazione al Mondiale, il Senegal non c’è. Non figura neppure in quelle già ammesse al secondo turno, previsto a inizio 1989. Le Roy racconterà, più avanti, che «il presidente della federazione, Omar Seck, confessò che non avevano avuto il coraggio di dirmi che non avevano iscritto il Senegal alle qualificazioni. Mi spiegò che erano tutti convinti che non ce l’avrebbero mai fatta, a qualificarsi». Rinunciare, nel vocabolario di Le Roy, è un termine che non esiste.
Superato lo scotto, l’allenatore si concentra sulla costruzione di un gruppo solido che possa fare una buona figura, non foss’altro che per smentire la federazione, alla Coppa d’Africa del 1990, e poi soprattutto nell’edizione che il Senegal ospiterà nel 1992. Per poi, chissà, magari provare a qualificarsi al Mondiale statunitense del 1994. A Dakar, Le Roy si ambienta da subito, anche se fatica molto, nei primi otto mesi, a trovare non solo la stima, ma anche una sistemazione: lo stipendio è basso e nessuno vuole affittare casa all’allenatore della Nazionale. Nell’accesa scena culturale senegalese, frequenta Youssou N’Dour e Ismael Lo. Nei giocatori inizia a instillare una coscienza nei propri mezzi che nessuno, probabilmente, prima di lui aveva fatto in maniera così concreta, a partire dai quadri politici.
Nel 1990, in Algeria, il Senegal si spinge fino alla semifinale, battuta soltanto dai padroni di casa. Mentre nel 1992 non riuscirà ad arrivare più in là dei quarti di finale, eliminato dal Camerun che, nel frattempo, dopo l’addio di Nepomnyashchy, sta passando a periodi alterni per le mani di tecnici francesi come Philippe Redon, o locali come Manga-Nguené o Nseké .
L’addio, a questo punto, è inevitabile: se c’è qualcosa che Claude ha scoperto, di sé più che degli altri, è che gli piace seminare, anche se sa che non sarà più lì quando spunteranno i primi germogli, figuriamoci quando inizierà la raccolta. Nonostante nella sua parentesi senegalese non conquisti praticamente nulla, Le Roy rimarrà così impresso nei cuori dei suoi "Leoni di Teranga" al punto che il centravanti che ha fatto esordire nel 1990, Souleyman Sané, deciderà di onorare l’allenatore più importante della sua carriera dando il suo nome al figlio: Leroy, Leroy Sané.
LÀ DOVE NON C'È L'ACQUA DICE IL GRILLO: SONO IO L'AQUILA! (PROVERBIO MALESE)
C’è ancora una cosa che ha scoperto Le Roy: le semine che danno più soddisfazione sono quelle apparentemente impossibili, quelle che si fanno sui terreni spogli, aridi.
Nel 1994 la Malesia è reduce da uno scandalo che ha sconvolto alle fondamenta il suo calcio: match-fixing, truffe e raggiri hanno portato alla squalifica di un’ottantina tra calciatori (molti anche della Nazionale) e allenatori. Azizol Abu Haniffah, per dire, una delle punte di diamante della Nazionale, che ha guidato alla vittoria dei Giochi del Sudest Asiatico nel 1989, per via dello scandalo è costretto a chiudere la sua carriera neppure trentenne.
Dopo un semestre a Dubai, indovinate chi accetta di diventare il nuovo tecnico della nazionale malese? Esatto: Claude Le Roy.
La federazione ha bisogno di un nome autorevole su cui riedificare il suo sistema calcistico. I soldi non mancano. Davanti a Claude, invece, si spalanca l’opportunità di prendere per le corna un toro imbizzarrito. Molte scelte di carriera di Le Roy, in fondo, hanno come propellente proprio l’uscita dalla zona di comfort, lo sporcarsi le mani con situazioni compromesse, o comunque molto problematiche. Forse perché la sua idea di fondo è che guidare, nel calcio, non significhi solo provare moduli, allenare atleti, schierare formazioni. Ma che sia qualcosa di più profondo: un atto sociale, politico, economico.
È quello che fa in Malesia – dove dirà che il compito più delicato, e che gli ha dato più soddisfazioni, è stato quello di far convivere all’interno di una stessa squadra giocatori di origine indiane, cinesi, malesi, incrociare le loro agende religiose, smussare gelosie e rivalità (sportivamente andrà malissimo, con la squadra eliminata al primo turno dei Giochi del Sudest Asiatico e Le Roy tacciato di essere pazzo) – ma anche quando, nel biennio 1996-1997, smette di sedere su una panchina per ricoprire i ruoli sui generis di consulente di mercato per il Milan (lascerà dopo tre mesi) o direttore sportivo per il PSG.
Maestro di retorica in perenne equilibrio sul filo rosso che divide il fine oratore dal cialtrone, Le Roy si vede soprattutto come un grande performer, però con una coscienza almeno sociale, se non di classe. Uno che ama scavalcare i confini, che non si scoraggia di fronte alla grandeur, che dialoga con tutti perché tutti, secondo lui, hanno qualcosa da dire. Un uomo gaudente ma pugnace, emozionale, che ama il fasto pomposo e la riflessione intima. Un uomo capace di essere risoluto, ma anche di tornare sui propri passi.
Alle porte di Francia ‘98, i "Leoni Indomabili" lo richiamano in panchina. Le Roy, nel giro di dieci anni, è invecchiato già in maniera evidente: dal cosplayer di Bernd Schuster della Coppa d’Africa ‘88 è già in qualche modo diventato un Venerabile Maestro. Che tutti perdona e che a tutti chiede perdono.
La prima iniziativa da neo allenatore del Camerun è quella di convocare uno stage aperto, in cui tutti i calciatori che pensano di meritarsi un posto per la Coppa del Mondo possono presentarsi, parlare con lui, mettersi alla prova. Tra gli aspiranti c’è anche un diciassettenne che gioca già da due stagioni in Spagna: il suo cartellino è di proprietà del Real Madrid e si chiama Samuel Eto’o. Le Roy rimane abbagliato dall’incontro: gli dice «io ti ci porto, al Mondiale, ma sappi che non giocherai mai. Ti porto solo per farti fare un’esperienza». E invece, poi, lo farà esordire, contro l’Italia, nell’ultima partita dello sfortunato Mondiale francese.

Nel 1999 Patrick Proisy, ex tennista professionista – anche finalista di Roland Garros – e presidente del Racing Strasbourg ingaggia Claude Le Roy come direttore sportivo: sulla panchina degli alsaziani siede Pierre Mankowski, che di Le Roy è stato il vice durante l’avventura mondiale del ‘98. Tre mesi più tardi, quando Mankowski verrà messo alla porta per l’avvio disastroso di stagione, Le Roy diventerà anche allenatore. Quindi, di fatto, il principale bersaglio per i malumori della tifoseria.
«Qualsiasi sia l’incarico», ha detto una volta, «devi portare il tuo carattere, la tua passione ed essere sempre lo stesso, come coach e come uomo». L’accento sul ruolo umano, per Le Roy, ha sempre però un peso specifico maggiore. Nella Francia di fine millennio il razzismo è un tema. La vittoria del Mondiale, glorificata come trionfo della commistione, del melting pot, del black blanc beur, lungi dall’aver sopito gli afflati razzisti sembra anzi averli rinfocolati.
A Strasburgo, Le Roy diventa una specie di faro che si sforza di illuminare la notte buia tutta attorno. Incoraggia, motiva, fa da schermo protettivo per i giocatori della sua squadra, molti dei quali hanno origini subsahariane o magrebine. I tifosi, imbufaliti per i pessimi risultati, spostano il focus della protesta sul campo del razzismo. Scrivono sulle mura dello stadio Meinau, vicino all’ingresso principale: "Le Roy, sporco giudeo" accompagnato da svastiche, gli inviano escrementi via posta: "Merda dello stesso colore dei tuoi ne*ri", scrivono. «Ho speso la mia intera vita accolto a braccia aperte da gente che non ha il mio stesso colore della pelle. Il concetto di colore della pelle è un concetto che non accetto», dichiara lui ai giornali.
L’Africa, a questo punto, per Le Roy è più un paradigma interpretativo che un refugium peccatorum. «In Africa non sono mai andato a fare il volontario ai Club Med. Mi sono mescolato a loro, ho viaggiato in autobus con loro, in posti in cui neppure i locali vanno. È la maniera in cui ti guardano gli altri che ti fa capire che sei diverso, o che non lo sei». E ancora: «Più siamo ignoranti, più diventiamo aggressivi e pericolosi; più abbiamo paura degli altri, più gli stranieri diventano l’obiettivo della rabbia. Ecco perché viaggiare, coltivare la tolleranza, ci aiuta ad evitare questi comportamenti da pazzi».
Quando, dopo una estemporanea vittoria, in sala stampa dice: «Almeno oggi abbiamo zittito i nazifascisti», il consiglio d’amministrazione del club lo multa. Con questi presupposti, l’avventura a Strasburgo non può durare a lungo. Con una punta d’amarezza, all’addio, dirà: «Gli alsaziani nella storia sono stati così ingannati, così traditi, che è chiaro che diffidano dei nuovi arrivati. Non si fidano di chi fa discorsi in grande».
PER CONDURRE UNA VITA SIGNIFICATIVA BISOGNA COSTRUIRE LA FIDUCIA CON GLI ALTRI (PROVERBIO CINESE)
A un giorno dal capodanno europeo 2002, due mesi prima di quello cinese, Claude Le Roy viene presentato come nuovo tecnico dello Zhongyuan Huili, conosciuto col nome più handy di Shanghai COSCO: la COSCO è la compagnia di stato cinese che offre servizi di logistica marittima, la squadra il suo volto in un campionato in crescita grazie agli incentivi statali, e Le Roy si presenta come figura di spessore capace di far fare il salto di qualità. Quando gli presentano il contratto rimane per qualche minuto in silenzio. Poi dice solo: «Sono un sacco di soldi». Gli spiegheranno che quella cifra, in realtà, l’aveva negoziata Claude Puel, che era arrivato a tanto così da diventare l’allenatore, poi c’erano state delle incomprensioni e nella fretta il boarding aveva cercato il primo Claude disponibile. Anche se fa un po’ ridere è andata proprio così. E il primo Claude a portata di mano s’era dato il caso fosse Le Roy. Durerà pochissimo, in verità, ma durante quel breve periodo inaugurerà una collaborazione con un promettente giovane allenatore francese, che poi deciderà di portare con sé anche nella stramba avventura al Cambridge United due anni più tardi, nel 2004: Hervé Renard.
A Cambridge, a esser sinceri, Le Roy arriva, più che motivato da una naturale predisposizione all’avventura esotica, per fare un piacere a un amico. A più di un amico, in effetti.
Il primo è Edward Freeman, ex presidente del Manchester United, ora patron del Cambridge. L’altro è proprio Renard, che Le Roy porta con sé da vice per poi, di fatto, affidargli la gestione quotidiana della squadra, riservandosi il ruolo di direttore sportivo – che gli consente anche, in qualche modo, di ritagliarsi il tempo per continuare a fare il commentatore per Canal Plus. Il debutto sulla panchina del Cambridge della coppia di francesi avviene il primo aprile del 2004. Sembra uno scherzo, non lo è, ma non è neppure un’esperienza marcata dalla serietà. Dopo pochi mesi, Le Roy si ritrova ancora una volta libero da ogni vincolo, pronto a inseguire un sogno, un’intuizione, un’opportunità.

Quando qualcuno gli chiede di definirsi in poche parole, Claude Le Roy sceglie la formula «cittadino del mondo». Magari una formula trita, un tantino un cliché, però un epiteto che sinceramente a Le Roy calza meglio che a chiunque altro. I soldi non hanno mai avuto il peso specifico delle motivazioni, nelle sue scelte. Anche se qualche volta i soldi sono stati un incentivo in più, alla base c’è sempre la volontà di mettersi alla prova in un contesto diverso, complicato, controintuitivo.
C’è un’altra etichetta che ha scelto di appiccicarsi: «Un uomo di sinistra in un mondo di destra», cioè quello calcistico. Un umanista più che un tecnico, un uomo di convinzioni e principi più che di tattiche. Ma anche un personaggio egotico, catalizzatore, accentratore d’attenzioni. I capelli biondi lunghi, le maglie lise, gli abiti di lino stropicciati, gli occhiali con la montatura leggera: c’è poco di meno sessantottino, di meno intellettualizzato di Le Roy nel mondo del calcio.
E poi, la curiosità. La consapevolezza – che hanno tutti i veri curiosi – che la realtà sia sempre più complessa di quello che sembra quando accarezziamo la superficie ruvida delle cose. Che con quella complessità bisogna scendere a patti. Sporcarcisi le mani, arrovellarci i pensieri attorno.
Per Le Roy, fare l’allenatore in Africa è un mestiere completamente diverso da quello dell’allenatore di calcio altrove. «Se non sei parte della cultura locale», dice, «della geopolitica, della storia del Paese non riuscirai mai a entrare nel cuore della gente. Non basta essere bravi sul campo». Sostiene che se vai in Congo e non sai niente di Lumumba o delle pretese di secessione del Katanga, oppure in Camerun ignori le piogge acide dell’esercito francese durante la guerra di indipendenza, o in Senegal senza conoscere la storia dei battaglioni filocolonialisti dei Tirailleurs o la tragedia del Campo Thiaroye (il campo di smistamento dove i soldati senegalesi di ritorno dalla Seconda Guerra Mondiale, dove hanno combattuto contro i nazisti, si ribellano al razzismo colonialista e vengono sterminati per rappresaglia) non sarai mai uno di successo. Per successo non intende la vittoria. Per successo intende l’accettazione.
Leader umano prima che tecnico, Le Roy. Indiana Jones più in missione che su una cattedra accademica. Durante le sue esperienze crea selezioni locali, gira per il Paese, esamina, soppesa, si lascia guidare dall’istinto. Dà sempre più peso al capitale umano, e si vede da come gestisce il gruppo, ma anche i rapporti politici, senza mai scivolare nella demagogia. Difende i calciatori, prima di tutto, dall’ingerenza esterna. Salvaguarda l’equilibrio, sempre. «Il calcio è un mondo di uomini muscolosi», dice. Ma forse si riferisce al costante braccio di ferro che va in scena in una rosa, in una federazione, in un Paese intero. Lo scontro tra compagni (nei quali non si intromette mai), ma anche tra culture. «Se un mio giocatore vuole consultare il suo marabutto preferito, per me non è un problema». I marabutti sono santoni, stregoni, figure spirituali. «Non interferisce con il mio lavoro». Forse è per questo che ha sempre accolto con un pizzico di disillusione, ma anche di compiaciuta accettazione, la definizione di "stregone bianco". La magia, ammesso che esista, per Le Roy, è quella di comprendere i contesti. E poi dare sempre il consiglio giusto.
Nel 2004 la Coppa d’Africa, che si gioca in Tunisia, viene conquistata dai padroni di casa. Qualche settimana dopo, a Parigi, all’ambasciata tunisina c’è una cena di festeggiamento. Le Roy viene invitato e durante la cena viene avvicinato dall’ambasciatore congolese in Francia. Tra un vol au vent e l’altro gli bisbiglia: «Le andrebbe di allenare i Leopardi?».
Joseph Kabila, nel 2004 giovane capo di stato alla guida del governo di transizione dopo cinque anni di conflitto, nonostante la delicatezza della situazione politica è disposto a fornirgli tutte le risorse necessarie per far crescere il movimento calcistico del Paese. Per Le Roy accettare l’incarico di allenatore della Repubblica Democratica del Congo è una specie di chiusura del cerchio. Dopotutto è a Brazzaville che, da calciatore sparring partner dei "Diavoli Rossi" negli anni Settanta, si è innamorato dell’Africa.
In RDC Le Roy non dispone di fuoriclasse: i suoi calciatori non militano nelle principali leghe europee, non sono fisicamente e atleticamente prestanti, gli dicono che «gioca con una squadra di nani da giardino»: Mputu, Zola, LuaLua, Biscotte. «Dieci anni dopo il Barcellona giocava con lo stesso profilo di giocatori», dirà anni dopo lui, più per autolegittimarsi che per lodare iperbolicamente la sua squadra.

Il rapporto tra Le Roy e Kabila è molto buono, l’allenatore è spesso ospite del palazzo presidenziale. Eppure, nonostante le buone intenzioni, far girare la macchina calcio nella maniera giusta si rivela tutt’altro che semplice. Nel giro dei due anni in cui Le Roy siede sulla panchina dei "Leopardi" si alternano tre Ministri dello Sport, e l’assenza di un piano programmatico preciso, oltre che di risultati incoraggianti – nonostante una Coppa d’Africa, quella del 2006, tutt’altro che negativa, dove la RDC elimina Angola e Togo qualificate ai Mondiali, prima di arrendersi all’Egitto – porta Le Roy a prendere l’unica decisione possibile: rassegnare le sue dimissioni.
SIAMO CIÒ CHE SIAMO GRAZIE AGLI ALTRI (PROVERBIO UBUNTU)
Le Roy torna a Parigi, e non passano che un paio di settimane prima che una delegazione bussi alla sua porta per offrirgli un nuovo incarico. Come volevasi dimostrare. Il fatto è che stavolta, però, l’offerta non proviene da un Paese qualsiasi: quelli che si trova di fronte Le Roy sono gli emissari dei Bafana Bafana.
Le Roy, nel contesto più ampio del suo rapporto con l’Africa, nutre sentimenti ambigui per il Sudafrica, una strana mescolanza di fascino e repulsione. Durante l’era dell’apartheid gli hanno più volte negato il visto, e in ogni caso avrebbe volentieri evitato di farselo apporre dal momento che nell’Africa subsahariana se hai un visto sudafricano ti fanno smettere di lavorare, in un modo o nell’altro. Però, in compenso, ha seguito con empatia e a fondo le vicissitudini dell’African National Congress e del suo leader, Nelson Mandela, gli omicidi e i dettagli più sordidi e terrificanti. Ha amato le canzoni di Johnny Clegg, “The white Zulu”, e quelle di Miriam Makeba. E il cuore gli è esploso di felicità, come tanti che hanno cara l’Africa, quando de Klerk ha deciso finalmente di abbattere le barriere e fare del Sudafrica il paese arcobaleno per eccellenza.
Nel 1996, terminata l’era apartheid, ha finalmente potuto visitare il Paese per la prima volta, in occasione della Coppa d’Africa che ha seguito come commentatore per Canal Plus. Un giorno il presidente della confederazione africana di calcio, il camerunese Issa Hayatou che è anche stato il presidente della federazione quando Le Roy allenava i "Leoni Indomabili", lo ha invitato a una cena di gala. Seduto al suo fianco, insieme alla nipote, c’era proprio Nelson Mandela. «È il bello di fare questo lavoro in Africa», dirà Le Roy. «Un giorno sei a cena con un capo di stato, quello dopo in un quartiere marginalizzato, con la gente più povera che tu possa immaginare».
Di fronte all’offerta della federazione sudafricana, Le Roy prende tempo. Prepara un dossier nel quale si impegna a spiegare che dietro agli stadi più belli, dietro alle maglie più eleganti, deve esserci un piano di sviluppo serio, che passa per l’innalzamento del livello delle tecniche d’allenamento e del livello del campionato. Senza abbandonarsi a un facile entusiasmo, insomma, mette bene in chiaro che nel quadriennio che separa i Bafana Bafana dall’organizzazione del Mondiale del 2010 c’è da fare una mole di lavoro tremenda. La trattativa prosegue per un po’, fin quando un giorno, quasi per caso, Le Roy si accorge che parallelamente il Sudafrica sta valutando un’altra candidatura, fortemente sostenuta dalla FIFA, quella di Carlos Alberto Parreira, che infatti viene ufficializzato come nuovo allenatore nel luglio del 2006.
«Il mio essere di sinistra forse mi ha chiuso qualche prospettiva», dichiarerà un po’ amareggiato. «Ma non rinnego nulla». Nonostante la delusione accetterà, un anno più tardi, di sedere sulla panchina del Resto del Mondo per un’amichevole contro una selezione dei Best XI Africa in occasione dell’ottantanovesimo compleanno di Mandela. Visiterà la prigione di Robben Island, il posto in cui Mandela e i suoi sodali, per dimenticare per qualche minuto l’atrocità della cattività, facevano volare le fantasie dietro a un pallone.
Nel 2008 accetta l’incarico di guidare il Ghana nell’edizione casalinga della Coppa d’Africa (dove le Black Stars saranno sconfitte solo in semifinale, dal Camerun). Durante la manifestazione Le Roy viene accusato di islamofobia, dopo aver commentato il divieto dell’arbitro egiziano di bagnare il campo prima del match contro il Marocco. «Ha preso questa decisione perché è musulmano come loro». Più una constatazione, che un’offesa, che gli varrà la squalifica e 5000 dollari di multa. Dopo quella Coppa d’Africa, Le Roy rassegnerà le dimissioni, ancora una volta. Lo farà forte del paracadute di avere già un’altra offerta: un’opportunità che lo porterà lontano dalla sua amata Africa, è vero, ma in un quadrante nel quale pensa di poter apportare un valore aggiunto, mettersi alla prova, affermarsi come maître à penser più umanistico che calcistico: il Medio Oriente.
LA CORDA DI UNA MENZOGNA È BREVE (PROVERBIO SIRIANO)
Il sultanato dell’Oman, nel quadrante della penisola saudita, costituisce un piccolo unicuum. Spesso definito "la Svizzera d’Arabia", l’Oman ha sorprendentemente, e da sempre, ottimi rapporti tanto con l’Iran quanto con Israele, e la ragione, più che geopolitica, è fondamentalmente religiosa. In Oman, infatti, è sopravvisuto il ramo dei kharigiti, quella corrente religiosa islamica che è stata a lungo una specie di terza via tra sunniti e sciiti: il kharigismo ibadita che si professa in Oman predica l’unione sulla divisione, la tolleranza e il dialogo sul conflitto, la tolleranza. Sostiene, inoltre, che il comando della comunità non debba spettare necessariamente a un discendente del Profeta, ma a chi ne è degno, a prescindere dalla sua appartenenza etnica o dal colore della sua pelle.
Il calcio, in Oman, non è mai stato una priorità. Le sue partecipazioni alla Coppa d’Asia sono spesso state fugaci, quando non disastrose. Ma la Coppa delle Nazioni del Golfo, quella no: a quella competizione l’Oman ha sempre dato un’importanza capitale. Per questo, in vista dell’edizione del 2009 che si sarebbe disputata in casa, la federazione omanita ha scelto di affidare la propria panchina a questo allenatore autorevole che contro ogni pronostico ha rassegnato le dimissioni dal Ghana: Claude Le Roy.
La rosa di giocatori su cui può puntare Le Roy a Muscat non è propriamente di primo livello: davanti al portiere Ali al-Habsi, primo omanita a giocare in Europa, una schiera di carneadi. Se c’è qualcosa che Claude Le Roy ha sempre saputo fare, però, e pure molto bene, è quella di motivare il gruppo, sì, ma anche e soprattutto ogni singolo giocatore. Hassan Rabia, fino a quell’edizione della Coppa delle Nazioni del Golfo mai in gol, contro l’Iraq campione d’Asia in carica segna una tripletta in un inatteso 4-0. L’Oman avanza come una palla demolitrice, si sbarazza del Bahrain e in semifinale del Qatar guidato da Bruno Metsu, un altro "stregone bianco", che dopo aver guidato il Senegal nell’avventura del Mondiale 2002 aveva scelto di mettersi in discussione nella penisola arabica. In finale, contro l’Arabia Saudita, l’Oman si aggiudicherà la coppa ai rigori. Il rapporto, poi, inevitabilmente, si spegnerà, come gli amori, come l’entusiasmo. Il fatto è che Le Roy non sembra fatto per una monogamia longeva. E non è tutto: sembra costantemente alla ricerca di uno scenario più scomodo, meno rassicurante. Forse è per questo che nel 2011 mette la sua firma su un contratto che porta l’intestazione della federazione calcistica della Siria.
Le Roy si innamora da subito di Damasco. Dei suoi scorci, della sua gente. Non gli servono più di una manciata di settimane, però, per rendersi conto che qualcosa non va. E non solo nelle stanze dei bottoni dello sport. La moglie lo chiama da Bali, confermandogli ciò che subodorava: «Guarda che là il governo spara ai dissidenti». Le Roy riceve una telefonata anche da Raymond Domenech, che gli chiede cosa ci faccia ancora in Siria. In quel momento, Claude prende una decisione risoluta, anche se dolorosa, e annuncia le proprie dimissioni. Gli emissari del regime di Bashar al-Assad lo convocano a palazzo. Le Roy rifiuta di andare, e l’aria si fa molto tesa. Acquista personalmente i biglietti aerei per sé e per i suoi collaboratori, e lascia il Paese. «Una decisione di cui vado ancora oggi molto orgoglioso», dirà più avanti. «Anche se ho dovuto stracciare un contratto di tre anni. Poco male: il mio obiettivo non è mai stato quello di essere il morto più ricco del cimitero».
IL LEOPARDO NON HA MAI BISOGNO DI PROCLAMARE LA SUA LEOPARDITÀ (PROVERBIO CONGOLESE)
L’estate del 2011, per Le Roy, coincide con l’ennesima rilettura delle opere di Rimbaud. "Dorme nel sole, la mano sul petto". La sua poesia preferita è Il dormiente della valle. «L’ho scoperto quando avevo otto, nove anni, e da allora Rimbaud mi ha seguito ovunque. Conosco molte delle sue poesie a memoria. Quando ho un po’ di tempo libero, me ne imparo qualcuna». Le Roy dice che per lui, «anche se può sembrare presuntuoso», leggere è come respirare. Dopotutto la sua infanzia è stata costellata di libri, un po’ per formazione dei genitori, insegnanti entrambi, un po’ per via del suo padrino di battesimo, Jean-Olivier Héron fondatore della collana per ragazzi Gallimard Jeunesse. Tra le sue letture preferite ci sono anche Camus (magari un tantino scontato, non foss’altro perché cita continuamente quel passaggio de Lo straniero che sicuramente conosci anche tu che stai leggendo, quello che dice "tutto quello che so sulla moralità e sui doveri degli uomini lo devo al calcio")(e comunque forse non c’è persona più indicata di Le Roy per citare quel passo), poi Amélie Nothomb, Chateaubriand («impossibile da schivare, a maggior ragione quando sei bretone», dice). E poi biografie lunghissime. Libri di viaggio. Ma soprattutto: Camus. «Il calcio non può essere ridotto solo alla sua componente spettacolistica», dice. «È una scuola di vita, in cui si imparano ogni giorno i valori della condivisione e dell’altruismo. Camus diceva più o meno la stessa cosa, no?».
«In fondo non c’è idea cui non si finisca per fare l’abitudine», scrive sempre Camus ne Lo straniero. Che sia per abitudine o per rassegnazione, o magari per moralità e senso del dovere, fatto sta che nell’estate successiva alla fuga dalla Siria Claude Le Roy si ritrova ancora una volta in Repubblica Democratica del Congo, dove Joseph Kabila lo ha supplicato di tornare per provare a qualificare i "Leopardi" ai Mondiali brasiliani.
Le Roy accetta non solo perché pensa di aver lasciato qualcosa in sospeso a Kinshasa, ma anche perché il bagaglio d’esperienza che ha accumulato in questi sette anni, i rifiuti, le sconfitte, le delusioni, il sentimento di sentire la propria vita in pericolo, lo hanno fatto diventare, se possibile, ancora più saggio. Ancora più stregone.
A Le Roy questo epiteto, "stregone bianco", in fondo, non ha mai dato fastidio. Ma non per compiaciuta appropriazione culturale, quanto piuttosto con l’intima soddisfazione di un ragionamento che, pur non volendo, serendipicamente ha finito per cogliere un aspetto recondito, un significato celato.
Le Roy non si è mai fermato alla patina gelatinosa della superficialità. In quella parola, stregone, per lui non c’è l’afflato colonialista, la riduzione della visione del mondo africana a un sistema regolato da mistica e superstizione. Non ci riscontra, insomma, nessuna connotazione razziale. Non si sente un missionario, rifugge il paternalismo e l’autoritarietà, ed è l’ultimo – ma davvero l’ultimo – a vedere la popolazione africana come selvaggia e infantile. Né tantomeno concepisce la conoscenza calcistica come un sapere specialistico elitario.
L’unico stregone che viene in mente a Le Roy, quando sente affibiarsi quest’epiteto, è il bardo Myrrdin, il chiaroveggente Merlino del ciclo arturiano, eminenza che non si basta di per sé ma che per incrinare le pieghe del mondo ha bisogno di un Uther Pendragon da indirizzare, o di un Artù da consigliare. Sotto questo punto di vista, ecco, allora sì che si reputa uno "stregone bianco".
Mentre Kabila pensa a qualificarsi al Mondiale – e al lustro che ne deriverebbe – Le Roy si concentra a trasmettere valori ai suoi uomini, a insegnargli come proiettare verso l’esterno una buona immagine, come comportarsi in maniera esemplare. Si sente investito da una missione più educativa che sportiva in senso risultatistico.
«La vocazione», dice, «la determina lo sguardo degli altri». Lo legittima. La sua vocazione, più che quella di allenatore, forse, è stata quella di capopopolo, di condottiero, però intimo, di un’armata sparuta e scelta. E per quell’armata, costituita dai suoi giocatori, Le Roy darebbe la vita. «Parliamo sempre dei giocatori in Africa come se fossero dei ragazzini… ma non lo sono. Se gli vengono fatte delle promesse, vanno mantenute». Si riferisce a premi promessi e non pagati, ai proclami di sviluppo lasciati lettera morta. Al rispetto. In occasione di una partita di qualificazione per i Mondiali 2014 importantissima in Ghana, il ritardo di un Ministro che si sarebbe dovuto accodare alla spedizione fa perdere alla squadra il volo, costringendoli a lunghe e stancanti tratte – Kinshasa-Londra, Londra-Abidjian, Abidjian-Accra – che sfiancheranno i suoi giocatori.
L’idillio con Kibala finisce, strano no?, proprio per cause politiche. Le Roy accetta un invito a cena da una signora camerunese che lo approccia al Grand Hotel di Kinshasa, che gli dice «mio marito è un suo grande fan, vorrebbe ringraziarla per tutto quello che sta facendo per il calcio africano». Il marito è Martin Fayulu, uomo d’affari che appoggia l’opposizione a Kabila. E Kabila, quando viene a saperlo, e lo viene a sapere subito, non la prende decisamente bene. I rapporti si deteriorano, fin quando per Le Roy non arriva il solito momento dei saluti, dell’amarezza, di pensare al futuro.
NON SI COMPRA IL FUCILE IL GIORNO DI CACCIA (PROVERBIO TOGOLESE)
Adamantina personificazione del Mr Wolf tarantiniano nel calcio africano, Le Roy sembra esser sempre pronto a sopraggiungere, deus ex machina, per risolvere problemi. Eppure è paradossale che sia proprio uno dei più strenui sostenitori dell’autodeterminazione dei popoli a trovarsi chiamato perennemente in ballo, sublimazione di una dipendenza inalienabile, quando si tratta di salvare le sorti (calcistiche, ma sono sempre davvero solo calcistiche?) di un Paese. Quanti allenatori togolesi ci sarebbero stati, nel 2016, per sostituire Tom Saintfiet? Perché una federazione, anziché puntare su un tecnico locale, sceglie Le Roy? Il paradosso si trasforma in parossismo: si puntano tutte le fiches su Le Roy affinché sia lui a mostrare la via verso un disaffrancamento da Le Roy.

Quando arriva in Togo, ad aprile, la situazione è disperata: nel girone di qualificazione per la Coppa d’Africa del 2017 gli "Sparvieri" sono virtualmente eliminati, a due giornate dalla fine. Dove Womé, una delle stelle della Nazionale, in un’intervista si dice contento perché «ogni giocatore ama essere allenato da un buon allenatore; ora Tom è stato sostituito da un ottimo allenatore, un allenatore di qualità che ha girato tutta l’Africa». Una frase in cui, oltre alla bordata verso Saintfiet, emergono due qualità riconosciute a Le Roy: che è un ottimo allenatore e che ha girato l’Africa, che non sembra per niente una postilla ma un tratto dirimente.
Adebayor, che aveva dato il suo addio alla Nazionale, all’arrivo di Claude ci ripensa. Le Roy lo incensa, lo definisce un monumento: per caricarlo, racconta, gli ha detto che quando è arrivato in Camerun Roger Milla aveva 35 anni, l’età di Adebayor in quel momento, e nove anni dopo era a giocare i Mondiali negli Stati Uniti. Due mesi più tardi, nello scontro diretto in Liberia, il Togo non va oltre il 2-2. Ma a settembre la Liberia cade in casa della Tunisia, il Togo strapazza Gibuti e alla fine, alla Coppa d’Africa, riesce a qualificarsi. «Servirà un miracolo», aveva detto Le Roy alla sua prima conferenza stampa. Il miracolo è arrivato, ma a nessuno sembra possibile che non arrivasse.
(Il 2016 è anche l’anno in cui Le Roy deve però fronteggiare un brutto caso con la giustizia francese: a fine settembre viene arrestato con l’accusa di truffa aggravata e falsificazione di documenti, reati commessi durante il periodo in cui era direttore generale dello Strasburgo: la truffa si riferisce ai trasferimenti di alcuni giocatori camerunensi, tra cui Joseph N’Do e Pierre Njanka, alla corte dello Strasburgo (trasferimenti sui quali Le Roy avrebbe incassato delle percentuali, oltre a un ruolo attivo nella trattativa al ribasso per i cartellini). Patteggerà accettando di pagare una multa di quindicimila euro.)
In Togo, Le Roy diventa, come spesso gli capita, un vero masaniello, dalla parte dei suoi giocatori, ipercritico nei confronti della federazione togolese, ma anche della CAF e della FIFA. Quando Adebayor rifiuta di rispondere alla convocazione, nel 2018, Le Roy dice che ha fatto bene, che non si può giocare su quei campi, che è una vergogna, che lo capisce Adebayor che non vuole mettere a repentaglio i suoi tendini. «Fin quando la CAF e la FIFA permetteranno che si continui a giocare su questi campi di patate, come possiamo stupirci che il calcio africano non riesca a crescere? A quanto pare gli interessa di più che ci siano le poltroncine vip che terreni di gioco adatti».
Nei cinque anni in cui è alla guida degli "Sparvieri", Le Roy non ottiene risultati sul campo, ma getta semi: nel 2017 è tra gli ideatori di Graines du Togo, una specie di Campioni riservato a ragazzini Under 15 in cui si stende un piano di potenziamento tecnico, tattico, atletico, che nelle prime tre edizioni coinvolge qualcosa come quindicimila bambini. Un’intera generazione di campioni, da Adebayor a Alaixys Romao a Kossi Agassa, gli si sfilaccia tra le mani. «Ma il mio lavoro ha a che fare sempre e solo con il risultato. Se non fai risultati, devi avere l’abilità di saper dire: grazie di tutto, me ne vado». Che è esattamente quello che succede nel 2021: ringrazia di tutto, se ne va. Ad oggi, l’ultima panchina sulla quale si è seduto.
SE VUOI ANDARE VELOCE, CORRI DA SOLO. SE VUOI ANDARE LONTANO, VAI INSIEME A QUALCUNO (PROVERBIO KENYOTA)
Da quel giorno sono ormai passati cinque anni. In una recente intervista, quando gli hanno chiesto se tornerà mai ad allenare, Le Roy ha detto che «c’è in ballo qualcosa»: come in quella famosa canzone di Califano in cui non ha escluso il ritorno. Nel frattempo ha scritto un romanzo poliziesco ambientato nel mondo del calcio, ma soprattutto ha idealmente indossato, a periodi alterni, la tunica del mago preveggente, quella del vecchio saggio, mai quella dell’anziano trombone iperpolemico. Ogni volta, in fondo, ha sempre continuato a fare quello che sa fare meglio: analizzare un continente come può permettersi di fare solo chi ha gli strumenti adeguati per farlo. In ognuno dei suoi discorsi, delle sue teorie, dei suoi punti di vista c’è così tanta conoscenza geopolitica che vederlo tornare a sedersi su una panchina, in qualche modo, potrebbe sembrare quasi un’ingiustizia.
Quando durante la Coppa d’Africa 2026 in Marocco, Infantino ha dichiarato che potrebbe essere un’idea quella di disputare la competizione continentale ogni quattro anni, così da poterla meglio incastrare nei calendari internazionali, Le Roy non ha pensato che al bene del suo continente. Ha definito l’idea di Infantino di una stupidità spaventosa. Un errore strategico imperdonabile. Ha spiegato – lui che ne ha disputate 9 con 6 Nazionali diverse, e che con 38 panchine è il recordman di presenze – che sarebbe una rimodulazione devastante in termini di sviluppo, perché ogni Coppa d’Africa comporta il rifacimento di stadi, la costruzione di opere infrastrutturali, visibilità. «La Coppa d’Africa è un motore di sviluppo», ha affermato, scagliandosi contro chi, quel motore, lo vorrebbe rallentare. Ma soprattutto, ogni Coppa d’Africa porta con sé un’insufflata di entusiasmo, e di gioia, di quelle che solo il calcio riesce a dare. «Non mi pare una decisione che fa il bene dell’Africa. Forse della FIFA…».
Scagliarsi contro Infantino, negli ultimi mesi, sembra essere diventata la meravigliosa occupazione preferita di Le Roy. Quando a fine gennaio Trump ha minacciato di invadere la Groenlandia, in un’intervista a Le Figaro Claude si è chiesto, tra i primi, se non fosse il caso di cominciare a pensare a un boicottaggio dei Mondiali 2026. Al di là della Groenlandia, per Le Roy a essere determinante è il ruolo distruttivo che l’anfitrione del Mondiale ha e continua ad avere in Africa: gli ostacoli statunitensi all’operato di molte ONG che operano sotto il Sahara, per esempio, ma anche il fatto che i cittadini di molti paesi africani siano affetti da travel ban, cioè dal divieto di ingresso negli Stati Uniti. Tra quei Paesi ci sono anche Senegal e Costa d’Avorio, che il Mondiale negli Stati Uniti, quest’estate, lo disputeranno.
Al termine dell’intervista più recente, per la televisione congolese, una lunga dissertazione a tratti anche filosofica sulla sua carriera, e sul continente che più ama, la giornalista gli ha chiesto quale sia stata l’avventura che gli ha lasciato di più.
Le Roy, chissà un po’ retoricamente, ha risposto «la prossima». Che stesse pensando a una panchina su cui apportare la sua esperienza, a un’affermazione contundente, a una lotta da condurre, oppure semplicemente a una consulenza saggia da apportare, la parola prossima, nella vita avventurosa di Claude Le Roy, sembra sempre una minacciosa promessa.