
Molte volte si racconta questa incredibile, assurda, era del tennis italiano attraverso il contrasto con il grigio passato recente. Lo spareggio con lo Zimbabwe perso in Coppa Davis, i momenti in cui Volandri vince l'ATP di Palermo ed era un grandissimo risultato, qualche terzo turno Slam. Come se non riuscissimo a credere che ora l'aristocrazia del tennis mondiale siamo noi.
I tre tornei vinti in questa settimana, in tre categorie diverse, non sono mai successi nella storia del tennis italiano, un leitmotiv che sentiamo ormai da quanti anni? La cosa più stupefacente di questo dato, in questo senso, non è solo che è vero, ma anche che è arrivato attraverso modi e storie molto diverse. Da Flavio Cobolli che vince l'ATP500 su cemento di Acapulco passando per Luciano Darderi che vince l'ATP 250 di Santiago del Cile sulla terra battuta e finendo con Federico Cinà, al primo Challenger in carriera vinto a Pune, in India.
Forse la più “normale” tra queste tre vittorie è quella di Darderi, arrivato in Sudamerica sulla sua superficie preferita, la terra battuta. Una finale in cui partiva da favorito contro il tedesco Yannick Hanfmann, che però è un giocatore esperto. Un attore non protagonista della terra battuta (perché ha un gioco potente e non certo da terraiolo) che ti puoi trovare in finale di un ATP250 e che devi battere.
Per certi versi è stata nell'ordine delle cose anche la vittoria di “Pallicino” Cinà, un Challenger in cui partiva sì da sesta testa di serie, ma in cui nei fatti era tra i due principali favoriti. Quella di Cinà, da questo punto di vista, può essere considerata “semplicemente” la vittoria di un grande talento giovane.
La vittoria di Cobolli è forse quella che ha contorni più incredibili, se pensate che fino ad inizio 2024 faticava sul cemento e a livello Challenger su questa superficie aveva raccolto al massimo una finale, ad Olbia.
Adesso tra i primi quindici del mondo ci sono tre italiani, e sono il numero due, il numero cinque e il numero quattordici. Se ci allarghiamo ai primi ventuno (Darderi non è 20 per una sessantina di punti) l’Italia ne ha quattro, solo la Russia ci si avvicina con tre (quattro se consideriamo anche il naturalizzato kazako Bublik). Un dato che ci parla del grande momento del tennis italiano anche di più dei picchi di Sinner e che sembra avere un grande futuro, se pensiamo che i due giocatori più “anziani” ad aver vinto in questo weekend, cioè Cobolli e Darderi, hanno 23 anni e 24 anni.
(NON) ERA GIÀ TUTTO PREVISTO
Prendiamo il caso di Cinà. Ho sentito parlare di lui per la prima volta quando aveva 14 anni, e “Pallicino”, come viene chiamato, viene da una famiglia di tennisti con il padre Francesco che allenava Roberta Vinci. Ecco, nel tennis è difficile prevedere il successo nel lungo termine ma Federico Cinà è sotto gli occhi dei riflettori da anni come next big thing del tennis italiano. E il tabellone di Pune gli permetteva di sognare realisticamente una prima vittoria Challenger. Poi certo, i tornei vanno vinti, ancora di più per un tennista di 18 anni che sfonda la top200.
È proprio perché Cinà sembra avere mezzi da predestinato (almeno per gli altissimi livelli) che questa vittoria sembra più "normale" di quanto non sia, visto che non c'è niente di normale in un diciottenne che entra in territorio qualificazioni Slam. Un Challenger vinto anche di testa, annullando cinque match point in finale per poi dominare il tiebreak decisivo, tutte cose che i diciottenni normali non fanno. Per fare un parallelismo proprio con Flavio Cobolli: il tennista fiorentino è stato anche numero 8 del mondo nella categoria junior, ma il successo juniores difficilmente si trasla al piano di sopra, specialmente se hai uno stile di gioco più difensivo che tende a pagare di più con i tennisti acerbi.
Ricordo il tour australiano di Cobolli nel 2022, aveva 20 anni. Quando giocava nel Challenger di Bendigo contro Popko prima degli Australian Open, dove poi avrebbe perso al terzo turno di qualificazioni contro Tomas Etcheverry, l’italiano era in ascesa, per la prima volta nei top 200, e i suoi tempi di maturazione erano considerati normali per un tennista di 20 anni che non aveva certo le stimmate del fenomeno come Lorenzo Musetti prima di lui (e ancora di più Sinner ovviamente).
Cobolli perse con Popko, discreto “cementificatore” da Challenger, mostrando pregi e difetti ben delineati in quel periodo. Un servizio solo in kick, da terraiolo, con una prima dalle scarse velocità. Un rovescio che tendeva a sciogliersi nelle difficoltà, aperture ancora troppo ampie per giocare sul cemento. Sembrava avviato ad una buona carriera, una top100 scontata e anche molto di più ma, per dirla in termini di valutazione dei prospetti NBA, più floor che ceiling.
Eppure, quattro anni dopo, siamo a parlare di come Cobolli ha vinto il secondo ATP500 della sua carriera, dopo quello sulla terra rossa di Amburgo, e questa volta lo ha fatto su cemento, ad Acapulco. In tutto questo mettendo in mezzo dei quarti a Wimbledon in cui ha messo in seria difficoltà Novak Djokovic strappandogli anche un set. E in Coppa Davis è stato decisivo per la vittoria finale dell’Italia battendo Zizou Bergs e Jaume Munar su cemento indoor.
Due partite che dicono tanto dei progressi di Cobolli in tutti gli aspetti del suo tennis, a dimostrazione di come spesso sopravvalutiamo la precocità rispetto ad altre qualità, spesso imprevedibili nel loro sviluppo, come la solidità mentale. Proprio la testa è forse il vero punto di forza di Cobolli, uno dei tennisti più duri del circuito e che sotto di palla break si esalta. Contro Bergs ha vinto un tie-break da cardiopatia, nella finale con la Spagna è uscito da una fossa con Munar che nel primo set sembrava Andre Agassi, riuscendo a piegarlo alla distanza.
Certo, Cobolli tende ancora ad avere periodi negativi, ma l’anno scorso è stato proprio un esempio della sua capacità di resistenza mentale. La prima partita del suo 2025 l’ha vinta a marzo e dopo che ha vinto la prima partita, ha vinto il torneo e ha chiuso la stagione tra i primi venti del mondo per la prima volta. Ora ha vinto Acapulco, un'altra volta dopo aver iniziato male la stagione con solo due vittorie in quattro tornei fino al 500 messicano.
Rispetto al giocatore del 2022, Cobolli anche a livello tecnico è migliorato oltre ogni aspettativa. Proprio a Bologna la sua prima di servizio piatta superava i 200 km/h, fisicamente il giocatore c’è sempre stato (ed è uno dei migliori mover del circuito) ma a livello tecnico non aveva mai espresso queste velocità nel servizio. Il suo dritto è un colpo pesante e carico con cui comanda gli scambi (il 54,8% dei suoi scambi “gira” attorno a questo colpo) e a questo ha aggiunto un rovescio che non solo tiene la diagonale con pressoché chiunque, ma è diventato capace anche di poterla ribaltare a suo favore. Merito anche di aperture più corte che gli permettono di non sacrificare la solidità che lo contraddistingueva a inizio carriera.
Curioso anche che in risposta Cobolli sia il sesto in top 20 per frequenza di utilizzo della risposta bloccata o in slice (il 15% delle sue risposte), un dato che dice tanto della sua varietà, e una qualità che su erba e cemento (specialmente erba) risulta spesso decisiva.
Certo, va anche fatta una tara sugli avversari affrontati. Il migliore lo ha affrontato in finale (un crepuscolare Frances Tiafoe), e per trovare un top100 ha dovuto attendere la semifinale contro Miomir Kecmanovic (anche se Svrcina e Wu valgono più della loro classifica). Un po’ strano per un ATP 500 e sicuramente è un risultato della contemporaneità con il più ricco torneo di Dubai, ma va detto anche che ai nastri di partenza c’erano Alexander Zverev, Casper Ruud e Alex De Minaur, tutti usciti tra primo e secondo turno. La realtà del tennis contemporaneo è questa e bisogna saper sfruttare le occasioni che inevitabilmente si parano davanti quando Sinner e Alcaraz non ci sono. Cobolli lo ha fatto, non è già questa una qualità?
Grazie a questi 500 punti adesso Cobolli va a 1000 punti dal numero 10 del mondo e davanti a sé ha Mensik che difende la vittoria di Miami e un “buco” di punti fino all’inizio della stagione su terra. Per averlo in top 10 sarà dura e serviranno grandi risultati sulla terra rossa, ma alla fine Cobolli non è già andato ampiamente sopra ogni previsione? Forse è in grado di farlo di nuovo.
UN “CASO NAZIONALE”, PER ALTRI
Per certi versi l’ascesa di Cobolli assomiglia molto a quella di Luciano Darderi. Il tennista di bandiera italiana ma nato in Argentina è stato un talento ancora più specifico di Cobolli nelle sue qualità. Anche qui faccio ricorso alla memoria, un quarto Challenger che gli vidi giocare a Siviglia nel 2021 contro il padrone di casa Carballes-Baena.
Le botte già le tirava, eccome.
Per formazione Darderi è assolutamente italiano, ma il suo tennis era chiaramente quello dei più classici terraioli sudamericani, uniti a un fisico da toro. Ancora più grezzo tecnicamente di Cobolli, un tennista di garra, arrotate, sudore e terra battuta. Uno di quelli che in altri tempi di sicuro una capatina se la sarebbe fatta in top 100, anche con buoni risultati, e magari sarebbe stato un razziatore di tornei sudamericani.
Sono passati cinque anni da quel momento e oggi Darderi vince con tranquillità un torneo sudamericano su terra, paradossalmente incontrando anche una media di ranking avversario più alta rispetto a Cobolli. Di base già vincere con agio questo tipo di tornei è tutto meno che scontato, specialmente su una superficie che di suo tende a livellare molto di più le forze in campo. A Buenos Aires, Darderi aveva perso in finale contro Francisco Cerundolo, a Santiago era la seconda testa di serie e ha portato a termine il lavoro, una volta uscito Cerundolo contro Hanfmann. Vittorie che sembrano scontate e non lo sono, occasioni che costruiscono il tuo ranking.
La cosa che più sorprende della crescita di Darderi non è solo il suo ranking, ventunesimo del mondo e dodicesimo della race, ma il come sono arrivati questi punti. Se prima parlavo di Cobolli come un tennista che all’inizio aveva caratteristiche poco da veloce, questo discorso vale ancora di più per Darderi. Ancora più ruvido tecnicamente e dalle aperture ampissime e da terra battuta. Come per il “fiorentino” anche per Darderi il fisico ha giocato una fetta importante nel suo sviluppo tennistico, passando da essere un tennista dal servizio da terraiolo a sfiorare anche lui i 200 km/h con la prima di servizio con relativa tranquillità.
Certo, rispetto a Cobolli, Darderi ha ancora una tecnica meno “pulita” (anche se è in grado di martellare con regolarità da fondocampo e ancora sconta un po’ le aperture sul veloce) ma parliamo di un tennista che nel giro di due anni è passato da perdere quasi sempre al primo turno a fare terzo turno a Wimbledon e ottavi degli Australian Open a inizio anno, facendo anche una discreta figura contro Sinner. Oggi Darderi è il tennista che ha vinto più titoli sulla terra dall'inizio del 2024.
A tenere banco durante Buenos Aires è stata un’altra questione, però, quella della sua nazionalità. Come detto prima Darderi per quanto abbia un gioco un po’ “sudamericano” è un tennista che si è formato in italia, dove il padre Gino lo ha portato a 10 anni assieme al fratello Vito. E se è migliorato così tanto è indiscutibile che sia anche per merito della federazione, per il supporto diretto e indiretto, un qualcosa che difficilmente avrebbe avuto in Argentina dove la situazione a livello federale è un po’ nebulosa, e si rispecchia nella produzione e nella specializzazione dei suoi talenti. Siamo ad un livello talmente alto del tennis italiano che il numero 21 del mondo non trova spazio in nessun modo in Coppa Davis, a stento strappa una convocazione.
E questo ha riacceso l’interesse verso Darderi in Argentina, dato che sarebbe tranquillamente il numero 2 argentino in questo momento, e un elemento in crescita sulla superficie su cui si gioca (purtroppo) la Coppa Davis, il cemento. Il selezionatore argentino Javier Frana ha detto che gli piacerebbe convocare Darderi, ma avendo giocato alle Olimpiadi con l’Italia a Parigi non potrebbe giocare per l’Argentina prima del 2027.
A Buenos Aires i giornalisti argentini lo hanno incalzato sulla faccenda per tutta la settimana, anche perché pensateci, Darderi è forse il simbolo più grosso dei problemi del sistema tennistico argentino, per cui un tennista nato in Argentina è emerso ed è esploso crescendo e formandosi in un altro Paese, lo stesso per cui non viene convocato per abbondanza. E il paradosso è che se andate a leggere i commenti degli argentini, sono tanti quelli che lo considerano un “opportunista” o peggio un “traditore” della patria. Un caso nazionale di cui in Italia conosciamo bene i connotati.
Luciano Darderi, dal canto suo, ha ribadito che gli piacerebbe giocare per l’Italia in Coppa Davis, e date certe defezioni il momento prima o poi arriverà. «Io sto rappresentando l’Italia e vorrei giocare la Davis per la squadra italiana, però finora non sono stato convocato. Se mi chiama l’Italia sono disponibile, ma non posso prevedere il futuro».