
Nell’infinita discografia di Pino Daniele, la colonna sonora del film di Massimo Troisi Le Vie del Signore sono finite (1987) non è tra i primi capolavori che vengono in mente ripercorrendo la sua carriera. Chissà perché Fabrizio Romano, nato sì a Napoli, ma 6 anni dopo l’uscita nelle sale della pellicola, ci si è tanto affezionato, in particolare alla canzone Qualcosa arriverà. Forse per le sonorità allo stesso tempo nostalgiche e sognanti, piene di speranza. O forse perché “'o suonno se ne và” è diventato il suo mantra per almeno un terzo dell’anno, ogni anno, da quasi una quindicina d’anni.
Da giugno a settembre e per tutto il mese di gennaio, l’universo del calcio pende dai suoi Here We Go. Oltre alle informazioni che raccoglie, confeziona e comunica, Fabrizio Romano è un uomo che vorrebbe essere come tanti altri ma che ha deciso, almeno per adesso, di non esserlo. Si è trasferito a Milano al termine del liceo e nel 2011 la sua vita e la sua carriera hanno preso una svolta: se fino a poco prima trattava di notizie di mercato per varie testate online, dal passaggio di Mauro Icardi dal Barcellona alla Sampdoria in poi, diventa uno degli amplificatori più ambiti da giocatori, procuratori e dirigenti.
Nel 2013 è entrato a far parte della redazione di Sky Sport Italia e dieci anni dopo, nel 2023, ha vinto il suo secondo Globe Soccer Award consecutivo come miglior giornalista sportivo dell’anno. Forbes lo ha inserito nella lista dei “30 Under 30 – Media e Marketing” più influenti (unico italiano insieme a Normanno Pisani, all’epoca Head of Media Partnerships UK & Ireland di TikTok). A quel punto Romano si è convinto che mettersi in proprio sarebbe servito a gestire più liberamente le due componenti principali del suo lavoro: tempo e contatti. Per il calciomercato, oggi, è lui il punto di riferimento internazionale.
Ci siamo sentiti il giorno di San Valentino, a metà febbraio, un momento per lui più calmo degli altri.
In uno spot pubblicitario del 2010, ci si chiedeva cosa facesse Federica Pellegrini quando non nuota. A febbraio, uno dei pochi mesi in cui hai detto che riesci a dormire 7/8 ore al giorno, cosa fa Fabrizio Romano?
Quando il calciomercato è chiuso, si prepara il calciomercato successivo. Lo paragono un po' al raccolto: la sessione estiva, così come quella invernale, è il risultato di ciò che semini nei mesi precedenti. Per me è una questione di rapporti, quindi vivo i periodi tra le finestre di calciomercato come il momento in cui viaggiare molto. Durante il calciomercato tendo a viaggiare il meno possibile per rimanere concentrato, per evitare di avere spostamenti in cui potrei perdere a lungo la connessione o non avere il telefono a portata di mano. Quando il calciomercato è fermo posso viaggiare, posso spostarmi tanto, andare a vedere le partite: mi aiuta molto a mantenere i rapporti che ho, rafforzarli in alcuni casi e soprattutto crearne di nuovi. Questa è sempre la mia priorità durante i mesi in cui il mercato è chiuso. È anche una scelta di passione per il calcio: mi dà la possibilità di andare a vedere partite, di creare nuovi ponti. È una scelta soprattutto personale.
Per quello che stai producendo in questo momento storico, a livello di informazione/divulgazione/tematiche, per cosa ti sarebbe davvero utile o necessario seguire l’andamento del calcio giocato? Potresti, se non fossi così appassionato, non vedere le partite e non avere ripercussioni?
Sì, potrei. Tecnicamente potrei. È tutta una scelta di quanto vuoi investire, non tanto a livello economico quanto in termini di tempo e della passione in quello che stai facendo. Potrei rimanere fermo e fare praticamente solo telefonate o mandare solo messaggi ma è una decisione che prendo considerando soprattutto il punto di vista umano. Ho capito che per me è molto importante il contatto, credo che sia uno dei segreti che poi ti porta a mantenere un certo status in un’industria del calcio che cambia in continuazione. Così come cambiano le persone con cui rapportarsi, cambiano inevitabilmente anche i rapporti di forza: un dirigente che oggi può essere importante magari tra 5 anni non lo sarà più, un agente che 3 anni fa era meno importante oggi può essere tra quelli più rilevanti sul mercato internazionale. Bisogna sempre aggiornarsi: si può fare anche a distanza, non avrei la necessità di farlo di persona, ma la voglia personale è ancora quella di condividere momenti veri, reali. Penso sia l'unico modo per poter rimanere in questo mondo per tanti anni senza essere risucchiati dalla pressione e dalla responsabilità.
Hai rivelato che la tua canzone preferita è “Via con me”: lo è anche perché rivedi nel rapporto che hai instaurato col calciomercato un qualcosa di simile all’“entra in questo amore buio / pieno di uomini” cantato da Paolo Conte?
Sicuramente è pieno di uomini, ma non lo vedo così buio. Anzi. Per me il calciomercato è un'immagine molto colorata: un paragone più calzante è quello con una giungla, un mondo dove tu vai a dormire convinto di una cosa e la mattina dopo può essere completamente diversa e inaspettata. È un mondo che vedo come variopinto, bellissimo, in cui tutto può cambiare in 5 minuti. Tutto dipende da fattori imprevedibili: nell'80-90% dei casi si parla di giocatori, soldi, agenti e presidenti, ma c’è quel 10-20% dei casi in cui tutto viene sovvertito da una famiglia che non vuole spostarsi, da un rilancio a sorpresa di altri acquirenti, da fattori personali e toccanti. È talmente variabile, folle in certi casi, che non riesco ad associarci un tocco assolutamente positivo: credo che sia un mondo molto più divertente di quanto non si veda da fuori.
«Se le cose succedono, non dipendono da me»: è davvero così? Senti di non aver mai davvero influenzato l’andamento di un rinnovo di contratto, una cessione, un trasferimento, un esonero di un allenatore per il suo essere “megafono” di una delle parti in causa?
Credo di aver influenzato, certamente. Ma non solo io: a livello mediatico, tutti i giornalisti che fanno questo lavoro possono influenzare una trattativa. Più che come amplificatore, ci si riferisce però al momento in cui si fornisce la notizia. Se racconti una notizia un po' troppo presto, in alcuni casi puoi esporre il club al rischio che possano inserirsi altre squadre. Sei in grado di eliminare alcuni dei segreti dall'operazione, facilitando l’intermediazione di altri. Può succedere, fa parte del gioco. Ormai i club lo sanno: ci sono alcune società che preferiscono essere più espliciti nelle proprie gestioni e altre che preferiscono mantenere il riserbo per quanto possono. Ognuno ha la sua strategia, con pro e contro. Da parte mia, non dipende da me nel senso che si è capito negli ultimi 5-6 anni che il calciomercato è un mondo in cui veramente vale la pena verificare e non accontentarsi della notizia fino all'ultimo secondo. Non dipende da un giornalista se un giocatore o un club cambiano idea all'ultimo minuto. Molti mi ricordano come avessi dato per fatto Samardžić all’Inter: più che documentare le visite mediche fatte con una sciarpa in mano… Purtroppo i contratti non posso firmarli io! Professionalmente, il mio lavoro è stato fatto, però non posso controllare determinate cose: il nostro ruolo da giornalista è quello di raccontare fedelmente quello che sta succedendo, senza mai andare nel campo delle invenzioni o delle supposizioni future.
Qual è, quindi, il rapporto che stai sviluppando col tuo potere?
Posso riconoscere che i numeri generati dalle informazioni che fornisco sono molto importanti, in tanti credono che questo possa facilitare le cose. In alcuni casi può essere così, l’autorevolezza può aprire porte e canali altrimenti non concepibili, ma è un qualcosa che ho costituito lavorando tutti i giorni della mia vita da quando ho 16-17 anni. Ho iniziato molto presto e non ho mai spento il telefono neanche un giorno: quello che ho fatto e continuerò a fare tutti i giorni determinerà i momenti in cui resterò in questo mondo. Il potere può diventare in alcuni casi una conseguenza, ma non è un privilegio: te lo devi meritare tutti i giorni, l'unico modo di mantenerlo è non sedersi su un trono. Sennò il potere svanisce in fretta.
Qual è invece il legame che stai instaurando coi tuoi errori lavorativi?
È un qualcosa che non mi perdono nel momento in cui si è creduto a qualcosa di sbagliato e di non veritiero. Non posso però non perdonarmi, se qualcosa cambia per aspetti che non riguardano la mia sfera. Nel mio ambito, gli errori da cui ho imparato di più in passato sono quelli relativi ai giocatori a parametro zero: una trattativa tra club a volte rallenta una serie di processi che permettono al giornalista di raccogliere più informazioni. Un calciatore a scadenza, invece, può firmare in qualsiasi momento e può rivedere le proprie scelte senza che si passi da entità terze. Ricordo di aver comunicato ormai con piena certezza che Gini Wijnaldum, nell’estate 2021, andasse al Barcellona: terminato il quinquennale col Liverpool, si era liberato a parametro zero e aveva prenotato le visite mediche in Catalogna per la mattina successiva. Wijnaldum, nella notte, riceve un’offerta di contratto dal Paris Saint-Germain che gli avrebbe fatto guadagnare il 300% di quello per cui si era accordato coi blaugrana: alle 8 del giorno dopo avrebbe avuto le visite mediche a Barcellona, ma dice a tutti che andrà a Parigi. Raramente questo succede in una trattativa che coinvolge due società: quando ci sono visite mediche prenotate è un accordo fatto e finito. Dal mio punto di vista, mi sentivo tranquillo: ho imparato che, nonostante stessi raccontando la verità - lo stesso Wijnaldum ha raccontato di quelle visite mediche saltate -, nel mercato bisogna essere in determinati casi più prudenti. In merito agli errori, il mio obiettivo è sempre quello di andare a dormire sereno: se non ho inventato niente e non ho raccontato cose false, sono a posto con me stesso.
Hai rifiutato un contratto in redazione a Sky Sport diversi anni fa, hai più volte sottolineato di non aver mai convissuto con nessuno al di fuori dei tuoi genitori e di “aver fatto tutto da solo”: in questo momento, riesci ad affidare qualcosa a qualcuno per la produzione di notizie o contenuti o sei ancora pienamente autonomo? Ti senti vulnerabile per non riuscire a delegare quanto vorresti?
Mi pesa da sempre: per me controllare in prima persona è basilare, mi piace essere parte del processo e non delegare. Dire a qualcun altro di chiamare facendo il mio nome non mi appartiene. Finché rimarrò in questo mondo penso che sarò completamente coinvolto: la vedo come una forma di grande rispetto per chi segue le mie notizie. Non posso deresponsabilizzarmi nel momento in cui si sbagliano dei tempi o qualcosa può andare storto: tutti sapranno che ci ho messo la mia faccia, non la metto per altri ma non c'è nessuno che possa mettercela al posto mio. È un fattore che reputo necessario anche a livello di legami personali: esserci sempre in prima persona e non delegare porta con sé dei costi dal punto di vista personale – una spesa di tempo: per essere sempre operativo bisogna valutare bene che tipo di progetti non lavorativi organizzare nel tuo quotidiano -, ma il mandato è un concetto in cui ho fatto sempre fatica a credere.
Non si è mai chiarito pubblicamente, né da parte tua né da parte dell’Ordine dei Giornalisti Lombardia, della presunta apertura di un procedimento disciplinare nei tuoi confronti in seguito all’apparizione in uno spot pubblicitario (la prima versione risale al luglio 2025, la seconda è del gennaio 2026). Puoi confermarlo?
Sì, confermo. Il procedimento è ancora in corso, mi è stato chiesto di non approfondire il tema fino a quando non sarà concluso per non generare confusione e non compromettere l’iter (secondo l'articolo 22 del Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, "La/il giornalista non presta il nome, la voce, l'immagine per iniziative pubblicitarie o per promuovere marchi e prodotti commerciali", nda).
A prescindere dal tuo caso specifico, ritieni che ordinamenti e cultura del giornalismo italiano siano pronti ad accogliere modalità, canali e linguaggi in continua evoluzione, tali per cui una media company personale può per esempio essere sostenuta da sponsor ma non diventare essa stessa uno sponsor?
No, non siamo assolutamente pronti. Mi intristisce molto, da italiano che vive in Italia e ama il proprio paese. Ogni volta che vado all’estero è enorme motivo di orgoglio, vivo in Italia quando potrei tranquillamente vivere da altre parti vista la mancata necessità di una presenza fissa in un determinato luogo, lavoro e comunico al 90% in lingua inglese. Rimango in Italia per un senso di responsabilità e amore per il mio Paese, ma non siamo preparati a comprendere le nuove dinamiche della nostra professione. Lavorare supportato da uno sponsor si mantiene una cosa sana nel momento in cui non va a impattare direttamente sul tuo ambiente: se questi non c'entrano assolutamente nulla col lavoro che stai facendo ogni giorno ma si prestano a sostenerlo economicamente, credo che sia un modo sano per evitare di gravare sulle tasche del numero maggiore di persone possibile.
Non ho mai preteso un centesimo per poter riportare o utilizzare informazioni veicolate da me, non è mai stato creato un sito o una sezione di un sito a pagamento, non c'è mai stato un paywall nei miei articoli, non c'è mai stata un'applicazione di nome “Fabrizio Romano” da rinnovare al costo di anche solo €1 al mese nonostante il bacino di persone che potrebbero essere interessate a un simile servizio. Se si presentano brand disposti a supportare la crescita o il mantenimento di un progetto editoriale, mi pare che la sanità del sistema non venga intaccata. Per me è la normalità di quello che dovremmo vivere, spero che la direzione futura di questo lavoro continui a evitare che le persone debbano pagare per avere una notizia di calciomercato, eppure non siamo predisposti a garantirne la sostenibilità: credo che ci siano regolamenti veramente vecchi gestiti da persone fuori da questo mondo, che si ritrovano in un pianeta completamente diverso e non riescono a coordinarlo al momento. In Italia siamo completamente fuori dalla realtà, mentre altrove si è già in un'altra dimensione.
A questo proposito, il mondo dell’infotainment sportivo americano potrebbe diventare un tavolo di confronto credibile per l’industria del settore europea e italiana? Ti sei mai rifatto a professionisti come Adrian Wojnarowski o Shams Charania o stiamo parlando di un mondo con connotati di base troppo differenti?
Per me è paragonabile, spero che lo sia sempre di più avanti col tempo. Negli Stati Uniti esiste un altro livello di attenzione a tutta la parte di gestione pubblicitaria ed economica di ogni account, non solo della testa ma anche del singolo giornalista. Oltre a Woj e Shams, anche nel mondo del calcio esistono notevoli fonti d’ispirazione. A inizio anni ’10 seguivo da vicino il metodo di lavoro di Guillem Balagué (qui la versione attuale del suo blog aperto nel 2008): di base è in Spagna ma conduce programmi in Inghilterra, lavora in più lingue per più giornali e radio. Questo è secondo me un modello di giornalismo sano, in cui si possono sviluppare modalità di comunicazione diverse, adattabili a un'innovazione continua. Spesso invece ci si fossilizza sull'obbligo di avere un contratto per un media e lavorare solo per quel media: si va a tarpare le ali di generazioni per le quali oggi è giusto provare ad allargare le fonti di guadagno. Mi auguro che possa essere tale anche il futuro dell’Italia, ma per adesso si tende troppo spesso a demonizzare.
Un filone narrativo dall’autocommiserazione tipicamente italiana presenta il calcio come un qualcosa che non ci appartiene più, lo si percepisce come un’eccellenza appartenente a un passato in cui si era il centro del mondo: se in termini tecnici ed economici è indubbio che non lo sia, in cosa l’Italia può essere ancora presa come riferimento a livello internazionale, se c’è?
Per tutto quel che concerne la tattica, l’Italia mantiene una posizione di assoluto rilievo. Quando all'estero si parla di calcio italiano, personalità anche molto importanti nel calcio internazionale si riferiscono sempre a quella. Parlando nel dietro le quinte con Luka Modrić, è rimasto favorevolmente colpito persino lui da come la partita all’apparenza più insignificante può diventare complicatissima. Anche l’ultima ha gli strumenti strategici per indirizzare la partita su un piano che sa di essere sfavorevole per la capolista, in altri campionati succede assai più raramente: non è uno degli aspetti magari più spettacolari del calcio giocato, ma può rivelarsi decisivo più di tanti altri. Per quanto riguarda l’extracampo, un’eccellenza italiana rimane la produzione di idee alternative per mantenersi a contatto con potenze economiche nettamente superiori. Quando c’è una così grande disparità di budget bisogna “inventarsi” qualcosa: in Italia siamo ancora spesso molto bravi a farlo, alcuni club sono riusciti a trovare soluzioni importanti post Covid non solo per sopravvivere ma per mantenersi competitivi nei tornei internazionali.
In un contesto in cui la parola sta assumendo sempre più un valore di etichetta fine a sé stessa, che significato si può dare ancora a “esclusiva”?
Sempre minore, senza ombra di dubbio. La si vede un po' ovunque: prima era una parola magica, da utilizzare soltanto in rarissimi casi. Adesso è diventata il pane quotidiano: ha perso tanta della sua forza e del suo valore. Sono il primo a volerla rimuovere dal mio linguaggio, non escludo di farlo molto presto. “Esclusiva” è una parola che però resiste in ogni caso: dal punto di vista giornalistico, quando hai la possibilità di avere accesso a una notizia che non è ancora emersa o lo ha fatto senza quella cura dettagliata dello stato di una trattativa, “esclusiva” è un espediente per segnalare la differenza che sta apportando la completezza dell’informazione che stai pubblicando. È un termine che si sta svuotando di significato, in un contesto in cui si corre la gara dell’arrivare primo su tutto, ma si mantiene valida quando è certificata dal lavoro quotidiano di qualità.
Credi che questa sia l’unica strada possibile per quello che ti senti in grado di fare, lavorativamente parlando?
Amo questa strada, ho tutta l’intenzione di amarla fino a quando la percorrerò, ma occorre saper cambiare. Quello del calciomercato è un mondo che porta via tante energie e tantissimo tempo, mi sento privilegiato di godere di alcune enormi soddisfazioni, ma in un percorso lavorativo è importante capire quando è il momento di modificare o cambiare completamente le proprie priorità. Toni Kroos, che lascia il calcio giocato con la Germania a Euro2024 ma coi club si ritira a Wembley con la Champions League alzata a 32 anni col Real Madrid, è un esempio della maturità che vorrei avere nel fare le scelte al momento giusto. Le modalità del calciomercato mi appartengono ancora ma vorrei contribuire a modificarle: i ritmi attuali stanno rendendo tossico questo mondo. In futuro, avendo creato tante connessioni, mi piacerebbe valorizzarle in una maniera diversa. Coltivo l’ambizione di poter portare le persone al fianco di un giocatore mentre si allena, mostrare come può ragionare un procuratore, come nasce e si sviluppa la strategia di un club… Esistono una miriade di sfumature che il pubblico non apprezza proprio perché non avrebbe il tempo di farlo. Nel mondo del calciomercato tutto si produce e si consuma velocemente: nel prossimo step mi piacerebbe andare un po' più piano, focalizzandomi sulla qualità invece che sulla quantità, anche per concedermi qualche finestra privata in più.