
Circa un mese fa Reuters ha pubblicato sul proprio profilo Instagram una foto di un campo da calcetto a Gaza City. Si sfidano una squadra verde e una squadra gialla. Decine di persone ai lati si accalcano a guardare. Solo questo sprazzo di verde resiste. Tutto intorno i palazzi diroccati dalle bombe assistono cercando sollievo dalla guerra. È una foto “incredibilmente potente”, scrive sotto il commentatore che ha ricevuto più like, ma è anche una foto consolatoria: le persone continuano a giocare mentre il mondo brucia e il gioco permette loro di dimenticarsi per un momento che il mondo di cui fanno parte sta bruciando. Il verde speranza del campo sintetico, in questo senso, si oppone al bianco senza contorni del cielo. La salvezza che viene da un pezzo di plastica, mentre dall’aria che respiriamo piove la morte. Come ha fatto a rimanere intatto questo campo? È stato salvato dalla pietà di chi stava per sganciare le bombe? Domande che, come la foto, servono ad avere una consolazione più che una risposta.
La foto è stata scattata il 9 febbraio. Esattamente dieci giorni dopo, a Washington, si è tenuta la prima sessione del Board of Peace, l’organizzazione con cui l’amministrazione Trump vuole di fatto sostituire le Nazioni Unite. I rappresentanti di 49 Paesi si sono incontrati nella capitale statunitense per parlare della ricostruzione della striscia di Gaza. A loro, per motivi come al solito poco chiari, si è unito anche il presidente della FIFA, Gianni Infantino. Probabilmente lo sapete per quel momento in cui si è messo il cappellino rosso con scritto USA in fronte (e 45-47 ai lati, il numero delle due presidenze Trump) che gli organizzatori avevano fatto trovare sui banchi dell’assemblea. Infantino non è stato l’unico a mettersi quel cappellino, ma solo lui ha una storia così consolidata di servilismo esplicito verso il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, culminata nella consegna del premio FIFA per la pace durante il sorteggio dei Mondiali. Anche se gli altri capi di stato sono stati democraticamente eletti, Infantino risponde a un’opinione pubblica molto più ampia, globale.
Il cappellino, per questo, ha fatto più notizia di ciò che Infantino ha detto, e già solo questa dovrebbe essere considerata una sconfitta dalla FIFA. Prendendo la parola al Board of Peace, Infantino ha promesso progetti per 75 milioni di dollari. 50 campi da calcetto, 5 campi da calcio a undici, una «Academy FIFA» e addirittura uno stadio nazionale. «Il calcio è la lingua universale del mondo, parlata da miliardi di persone, che porta speranza, gioia e unità», ha dichiarato, «Nella ricostruzione dopo un conflitto, non dobbiamo solo costruire case, strade, ospedali e scuole, ma anche ricostruire emozioni, fiducia e convinzione. Attraverso questa partnership, la FIFA contribuirà a ripristinare e sviluppare l'ecosistema calcistico a Gaza, creando spazi sicuri in cui giocare e percorsi affinché i giovani possano sperimentare la felicità e la speranza che il calcio porta con sé».
Le parole di Infantino nascondono chirurgicamente le cause e le ragioni del conflitto esattamente come i progetti immobiliari legati al Board of Peace vorrebbero nascondere i massacri sotto la nuova riviera che dovrebbe sostituire la striscia di Gaza. Chi ha distrutto i campi, gli stadi che la FIFA vorrebbe ricostruire? Il nuovo stadio nazionale che Infantino ha promesso: di quale nazione dovrà essere? A chi stava parlando, in definitiva, Infantino? Alla riunione del Board of Peace non erano presenti le autorità palestinesi che teoricamente rappresentano il Paese che andrebbe ricostruito. E questo è il punto: il Board of Peace non è, come le Nazioni Unite, un’assemblea in cui il mondo discute come superare i conflitti ma il board di un progetto: immobiliare e finanziario in senso economico, e coloniale in senso politico. Esserci, parlare durante una sua sessione, serve a dimostrare di farne parte.
Questo era il problema che il cappellino rappresentava - un problema che è costato a Infantino non solo l’indignazione di una parte del mondo ma anche un’indagine vera e propria da parte del Comitato Olimpico Internazionale. Secondo la carta “costituzionale” che regola il funzionamento dell’organizzazione guidata da Kirsty Coventry, i membri devono infatti agire indipendentemente da interessi politici e commerciali, e non possono accettare "da governi, organizzazioni o altre parti, alcun mandato o istruzione che possa interferire con la libertà della loro azione e del loro voto”. Un principio che è valido all’interno della stessa FIFA, che periodicamente sospende alcune federazioni per via delle interferenze della politica nazionale (ultima in senso cronologico quella gabonese, a gennaio), e che dovrebbe essere ancora più stringente per il suo presidente, che gestisce lo sport più popolare tra quelli che costituiscono la "grande famiglia" del Comitato Olimpico Internazionale.
Infantino ha di fatto costretto il CIO a una scelta terribile: aprire una crisi istituzionale tra le due organizzazioni a pochi mesi dall’inizio del Mondiale o accettare pubblicamente la violazione di molti dei suoi principi cardine da parte del suo membro più importante.
Infantino, innanzitutto, ha accettato di aderire a un progetto, il Board of Peace, che mira a superare le Nazioni Unite, di cui il CIO è membro osservatore permanente e con cui anche la FIFA ha firmato diversi memorandum d’intesa. Non è solo una questione formale, ovvero scegliere un’organizzazione invece di un’altra. Sia la FIFA che il CIO riconoscono ufficialmente il ruolo delle Nazioni Unite come garante della pace mondiale, e strumento per il suo raggiungimento. Aderire a un'organizzazione concorrente significa, nei fatti, voler minare alle fondamenta questo ruolo.
Per il CIO accettare questa violazione è stato piuttosto imbarazzante, poche settimane dopo che si è dimostrato inflessibile nei confronti di un atleta ucraino che voleva ricordare i propri compagni morti in guerra con un casco, e nei giorni in cui si ritrova a gestire una cerimonia d’apertura delle Paralimpiadi invernali che sta diventando problematica. Oggi sono infatti 14 i Paesi che hanno deciso di boicottarla per la riammissione degli atleti russi e bielorussi con i propri inni e le proprie bandiere, e non più come atleti neutrali. Circa quattro anni fa, il CIO aveva giustificato la loro esclusione per via della violazione da parte di Russia e Bielorussia della tregua olimpica, principio formalizzato nel 1992 in maniera solenne proprio nelle aule delle Nazioni Unite. Oggi che deve giustificare la loro riammissione, il CIO è costretto a permettere al presidente della FIFA di mettersi il cappellino di un presidente che l’ha violata platealmente bombardando l’Iran.
Il problema però è più concreto della violazione della tregua olimpica, che per le istituzioni sportive (e non) è sempre stato un principio di cartapesta, e nemmeno quel sorriso senza pudore di Infantino, che è parte del motivo per cui quel cappellino è diventato virale. Non vorrei che si scambiassero le sensazioni che la faccia, la mimica del corpo di Infantino ci restituiscono in maniera epidermica con l’aspetto più sostanziale di questa faccenda, e cioè che il suo servilismo nei confronti di Donald Trump è funzionale agli interessi politici ed economici della FIFA.
Infantino ne ha bisogno per l’organizzazione dei Mondiali negli Stati Uniti quest’anno, ovviamente, ma anche per quelli che si terranno in Arabia Saudita nel 2034. Le due edizioni sono intrecciate fin dalla loro assegnazione, grazie al ruolo occulto di Jared Kushner, genero di Donald Trump e uomo vicinissimo a Mohamed Bin Salman, che secondo alcune fonti nell’estate 2017 convinse il principe ereditario saudita a votare per la candidatura statunitense catalizzando il voto della confederazione asiatica su di essa. Tra quel momento e l’opaca assemblea generale con cui la FIFA ha assegnato i Mondiali del 2034 all’Arabia Saudita sono passati poco più di sei anni. In mezzo le monarchie del Golfo Persico, e soprattutto l'Arabia Saudita, sono diventate il centro di gravità dello sport internazionale e Infantino è riuscito a far decollare la sua nuova versione del Mondiale per Club. Un progetto che fino a pochi mesi dal suo avvio sembrava non riuscisse a trovare emittenti disposte a pagare per assicurarsi i suoi diritti TV e che è stato salvato sul gong da DAZN, poche settimane prima di vedersi piovere dal cielo un investimento diretto dal fondo sovrano saudita. DAZN è di proprietà del miliardario ucraino naturalizzato statunitense Len Blavatnik, grande difensore dello stato di Israele, amico e socio di Steve Witkoff, che è l’inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente per l’amministrazione Trump.
Infantino ha bisogno di questo sistema di potere per avere Mondiali più grandi e ricchi. Mondiali più grandi e ricchi significano più soldi per la FIFA da ridistribuire alle federazioni e quindi più voti per se stesso. Nulla di nuovo almeno dai tempi di Joao Havelange. La novità è il pericolo posto da questo sistema di potere all’unità della comunità sportiva internazionale su cui si basa la sopravvivenza della FIFA stessa, e alla pace, che rimane la condizione imprescindibile per lo svolgimento di qualsiasi sport.
Se proprio la tregua olimpica vi sembra un principio troppo astratto pensate all’Iraq, che forse per gli effetti della guerra in Iran non potrà partecipare alla finale dei playoff per la qualificazione ai Mondiali a cui si era legittimamente qualificato. Pensate alla Nazionale iraniana che forse a sua volta quest’estate non potrà esserci. Pensate a Donald Trump che, di fronte a quest’eventualità, ha dichiarato che non gliene frega niente, se una squadra qualificata alla fine non potrà partecipare. Pensate ai tifosi di Haiti, Senegal, Costa d’Avorio, che non potranno nemmeno recarsi negli Stati Uniti per tifare le proprie Nazionali al Mondiale, perché il suo governo ne impedirà l’ingresso attraverso un travel ban che nega le stesse premesse su cui si basa l’espansione del torneo promossa dallo stesso Infantino. Passare a 48 squadre è controverso per tante ragioni, ma teoricamente doveva servire a portare «la felicità e la speranza che il calcio porta con sé» a persone e parti del mondo che non avevano mai avuto la possibilità di provarle.
Se il presidente della FIFA non può intervenire, anzi, nemmeno commentare queste situazioni perché è troppo compromesso con il sistema di potere che ha fatto questi danni abbiamo un problema che così astratto non è.