
Tra una sgasata e l’altra, con la testa pelata, la tensione verticale, quel modo di scivolare al contempo calmo e accelerato tra le difese avversarie, qualcuno ha intravisto la sagoma di Ronaldo il Fenomeno tornare in Serie A. Quel senso di controllo ad alta velocità.
Sono esagerazioni assurde, quelle che circondano il primo mese e mezzo di Donyell Malen, ma che non nascono per caso. Viviamo in un campionato in evidente crisi offensiva. Non si tratta tanto del numero di gol segnati, ma della possibilità che gli attaccanti rappresentino ancora i principali finalizzatori della squadra. Se guardiamo la classifica marcatori, escluso Lautaro Martinez, nessuno è arrivato in doppia cifra. Anche centravanti che stanno giocando una grande stagione - come Rasmus Hojlund o Kenan Yildiz - sembrano fare una gran fatica a fare gol. In proiezione Hojlund può arrivare a segnare, tenendo questa media, 13/14 gol - gli stessi segnati da Gudmunsson due anni fa con la maglia del Genoa.
Oltre ai numeri, abbiamo la sensazione che gli attaccanti siano fiacchi e impotenti; che abbiano bisogno di troppe occasioni per fare gol, che siano quasi sul punto di arrendersi di fronte a portieri troppo agili e a difensori troppo forti e veloci. La vita degli attaccanti della Serie A, oggi, sembra faticosa. Quella di Malen sembra facile. Non sembra fare grande fatica a superare i difensori per velocità e astuzia, e i portieri per forza e intelligenza delle sue conclusioni. Contro la Juventus è scappato alle spalle della difesa avversaria e ha superato Perin con uno scavino che è sembrata la cosa più semplice del mondo, anche perché il portiere bianconero per qualche ragione si è buttato dalla parte sbagliata.
Non tutti si stanno godendo questo impatto straordinario. Qualcuno dice - come sempre quando un calciatore dall’estero fa bene - che non è Malen a essere forte ma la Serie A a essere debole. Qualcun altro dice che è solo questione di tempo, prima che il nostro campionato prenda le misure. Perché la Serie A è debole ma contemporaneamente la più forte nell’arte dello stritolare il talento offensivo. Chissà se ce la farà anche con Malen. Nel frattempo più di qualcuno è rimasto stupito, non solo dall’impatto ma anche dal fatto che l’olandese fosse un centravanti, un finalizzatore, uno che fa gol.
Da quando è stato accostato alla Roma il dibattito sul ruolo che avrebbe ricoperto è stato accesso. Malen è un attaccante duttile che in carriera ha coperto tutte le caselle dell’attacco: esterno destro, sinistro, punta centrale, seconda punta. Qualcuno si aspettava che Gasperini lo avrebbe potuto schierare anche esterno, ma il tecnico è stato chiaro fin dai primi giorni: «Lui è un centravanti. Ha rapidità e capacità di tiro, con entrambi i piedi e con potenza. Deve giocare vicino alla porta». Parole in fondo simili a quelle che Unai Emery aveva usato per descriverlo: «È un giocatore a cui piace stare vicino alla porta avversaria e fare gol».
Forse qualcuno si è concentrato sulla sua esperienza con l’Olanda, dove Malen gioca esterno destro. Una situazione contingente, causata dalla presenza di Gakpo a sinistra e di Depay al centro dell’attacco (se vi chiedete perché giochi Depay, tenete conto che ha segnato 55 gol con la Nazionale olandese, 20 più di Riva per l’Italia). Malen ha giocato anche esterno anche nei club, sia a sinistra che a destra, sia nel Borussia Dortmund che nel PSV, ma in sistemi fluidi in cui spesso poi finiva comunque a fare l’attaccante ombra. La stagione della sua consacrazione, comunque, la 2019/20, è quella in cui ha giocato centravanti. Aveva vent’anni e aveva segnato 27 reti stagionali. Mino Raiola parlava di lui come uno dei gioielli più splendenti della sua corona: «Gianluigi Donnarumma è già in Nazionale, Moise Kean sta facendo molto bene alla Juventus, ma guardo soprattutto a un giocatore che già sotto contratto con un club di Premier League: Donyell Malen dell'Arsenal». Le cose in Inghilterra per lui non sono andate come previsto, anche per un carattere schivo e all'epoca forse fragile: «Aveva bisogno di un braccio attorno alle spalle a volte», ha detto un dirigente del settore giovanile dell'Arsenal, Steve Morrow.
In Serie A Malen ha segnato 6 gol in 7 partite, 601 minuti giocati. La media di 0.90 gol per novanta minuti è la più alta della Serie A. Al secondo posto c’è Pulisic. Malen è a soli due gol dal raggiungerlo nella classifica marcatori, con quasi la metà dei minuti giocati. Da quando è arrivato alla Roma solo Harry Kane, in Europa, ha segnato più gol. Come ha analizzato Nicola Santolini nella sua newsletter, i gol di Malen nascono da una mole di xG significativa, e sembrano dunque più sostenibili sul lungo periodo - anche se è lecito attendersi un calo, una regressione di qualche tipo. Un giornalista tedesco, parlando del suo periodo al Dortmund, lo ha definito "un roller coaster", perché alternava periodi di fuoco ad altri in cui la sua presenza svaniva.
Con lui in campo la Roma aumenta la sua pericolosità, sia in termini di occasioni create che convertite. Senza Malen la Roma aveva una media di 1.21 npxG per novanta minuti, con Malen è salita a 1.34. «Con Malen già qui in estate avremmo avuto più punti», ha detto Gasperini. Il suo impatto è stato una risposta anche ai dubbi che c’erano a inizio anno. La Roma era una squadra difensivamente eccellente, ma offensivamente sterile e imprecisa. Gasperini è sembrato farne una questione di individualità: bisognava alzare il livello. L’impatto avuto da Malen gli ha dato ragione: bastava avere un giocatore in linea con le richieste dell’allenatore, ma soprattutto: forte.
Come ci spieghiamo questo impatto di Malen con la Serie A? Al di là di qualche luogo comune - che come tutti i luoghi comuni ha pure un fondo di verità - e al di là anche di un talento evidente ma insufficiente a spiegare le proporzioni delle sue prestazioni, intendo. Mi sembra ci siano principalmente tre ragioni, che ho raccolto qui.
1. SMARCAMENTI
Prima dell’arrivo di Malen ci si chiedeva cosa non funzionasse, per questi due attaccanti diversi tra loro - Ferguson e Dovbyk - con problemi simili. Una teoria era che non fosse solo colpa loro, ma anche dei pochi “rifornimenti”, cioè l’idea che fossero serviti male e con poca qualità. Malen si è trovato senza i due migliori rifinitori della Roma vicino - Soulè e Dybala - ma ha comunque segnato 6 gol, smentendo rumorosamente quella teoria.
Il discorso, comunque, non era del tutto fuori strada. Non si può negare che alla Roma manchi un po’ di qualità nella creazione dell’azione: mancano dribbling e manca qualità nell’ultimo passaggio. La verticalizzazione fatta da Manu Koné contro la Juventus è stata molto celebrata anche perché è una rarità assoluta, per i centrocampisti della Roma che giocano poco in verticale per mancanze tecniche.
Quel gol però ci dimostra anche che buoni movimenti chiamano buoni passaggi. In una bella azione, nasce prima l’assist o il gol? È un problema aristotelico, che dovremmo risolvere immaginando più una genesi contemporanea, fra i due gesti. Esiste un momento di co-creazione tra assist e movimento che detta l’assist.
Malen ha un’intelligenza naturale nel trovare sempre tasche di spazio, a volte microscopiche, in cui dettare il passaggio. In queste due azioni contro la Juventus è fenomenale nel disorientare i difensori, Kelly e Bremer. Fa per correre verso l’area, li preme anche nel corpo a corpo, e poi prende distanza. È anche questione di tempismo. Nell’occasione con Bremer si muove nel momento esatto in cui Mancini sta per colpire di testa, anticipando l’intenzione del compagno; nell’occasione del tentativo di rovesciata la palla di Cristante è arretrata.
Con i suoi movimenti, Malen materializza una delle frasi più criptiche del calcio, e cioè che lo spazio quando non c’è si crea. La Roma deve essere però anche brava a crearli per lui. L'impressione è che la presenza di Cristante nella partita contro la Juventus, che si è mosso a ridosso dell'olandese, lo abbia aiutato ad avere più isolamenti in uno contro uno.
Cristante si muoveva spesso centrale e profondo, in avanti o all'indietro, a fare da esca a uno dei centrali della Juventus (una delle poche linee a quattro del nostro campionato). Come quasi ogni altro centravanti, Malen è debole se resta da solo tra le fauci delle difese avversarie.
Malen possiede un set di movimenti completo, sia quando deve attaccare la profondità, che quando la profondità è finita e bisogna invece lavorare di astuzia portando i difensori fuori posizione. Nel suo primo gol in Serie A, segnato al Torino, Malen è bravo a stazionare sul secondo palo e a mantenere la posizione e a chiamare il passaggio. Il resto lo fa Dybala.
2. COMPLETEZZA TECNICA
A rendere pericolosi i movimenti di Malen, però, c’è sopratutto la varietà del suo repertorio tecnico. Malen non ha un talento che ruba l’occhio, e forse non è davvero eccezionale in niente di particolare. Il suo tiro non è d’élite, ma è solido e affidabile con entrambi i piedi; non dribbla come le migliori ali al mondo ma sa essere una minaccia quando punta l’uomo palla al piede; il suo primo controllo e il suo uso del corpo spalle alla porta non è la sua migliore caratteristica, ma sono sufficienti per essere tra i migliori in Serie A per protezioni palla e gioco di raccordo. In velocità non è Leao, ma sui primi passi è comunque abbastanza elettrico da ricavarsi lo spazio per calciare.
Malen sa essere una minaccia da entrambi i lati. Sa puntare l’uomo andando verso il fondo da destra, oppure rientrare verso il centro da sinistra. Sa calciare di potenza o precisione, ha già segnato due gol scavando sotto la palla. Non ha segnato molto in carriera col sinistro, o di testa, ma sono situazioni in cui sa farsi trovare pronto - rendendosi anche meno prevedibile per i suoi avversari.
Prima di lui la Roma aveva centravanti con lacune di repertorio chiare. Dovbyk si sa muovere bene, ma il fatto di usare solo il sinistro, unito alla sua lentezza sui primi passi, gli rendeva difficile costruirsi dei tiri. Ferguson è più completo, forte e veloce, ma è ancora acerbo nei movimenti e il suo gioco è ancora molto dispersivo. Con Malen la Roma ha trovato invece un attaccante dal repertorio completo.
3. INTENSITÀ
Ciò che colpisce veramente di Malen, però, non è come fa le cose, ma la velocità a cui le fa. Per spiegare l’impatto di Malen bisogna usare un termine forse abusato nel lessico calcistico di oggi: intensità. Un concetto con cui in genere si utilizza soprattutto per descrivere partite giocate a ritmi alti, o la forza con cui i giocatori vanno a duello, soprattutto senza il pallone.
L’intensità di Malen, però, ha a che fare soprattutto con la velocità, direi con l’urgenza con cui fa le cose, che non è solo fisica ma soprattutto mentale. Malen è veloce, ma sembra ancora più veloce perché si muove in anticipo. Scappa alle difese con uno smarcamento, scappa ai difensori scattando quando sono ancora fuori equilibrio. Quando riceve palla punta la porta all’istante. Si vede molto bene nel gol segnato al Cagliari. La palla di Mancini è buona, ma tutto sommato sembra innocua, e forse il difensore non si aspetta che invece Malen sgaserà subito in velocità per andare in porta. Non sembrava proprio la posizione da cui poteva partire per andare in porta.
Di azioni di questo tipo ne abbiamo viste già diverse. Malen a volte esagera, fa troppo da solo, ma stressa costantemente le difese avversarie. I difensori sanno che non ci sono tempi morti, se devono marcare Malen: ogni volta che quello prende palla può decidere di puntare la porta; e la sua completezza tecnica lo rende una minaccia in molti modi diversi. È l'unione tra quanto va veloce, e quante cose sa fare, che lo rendono difficile da marcare. Quando deve descrivere le sue migliori caratteristiche Malen dice di essere diretto: «Penso di essere molto diretto verso la porta avversaria, molto diretto contro i miei avversari. Corro alle spalle, cerco di creare spazio per I centrocapisti. Credo sia la mia forza». Forse è anche per queste caratteristiche che in carriera ha sempre dipeso da stati di forma ondivaghi.
La tensione verticale di Malen, che sembra vivere per caricare la porta avversaria, è di rottura in un campionato dove gli attaccanti sono in campo soprattutto per fare a botte con i difensori, sgobbando spalle alla porta, cercando di ripulire le “pallate” (dizionario spallettiano) che gli arrivano da dietro. Ne aveva scritto Emanuele Mongiardo: uno dei motivi per cui si segna poco, è anche perché abbiamo attaccanti lavoratori e non finalizzatori, e li abbiamo perché le squadre ne hanno bisogno per motivi tattici. Malen è un’eccezione, come la è un altro giocatore arrivato dalla Premier League in estate, ovvero Rasmus Hojlund. Oltre a fare il canonico lavoro spalle alla porta richiesto a un centravanti di Conte, Hojlund punta la porta ogni volta che ne ha l’occasione, con una fretta e una potenza delle gambe spaventosa. Guardate queste due azioni di Hojlund in Supercoppa contro il Milan. Prima l'occasione parata da Maignan poi il gol a inizio secondo tempo. Guardate con quanta determinazione va a prendersi il tiro. Quanti attaccanti in Serie A hanno un gioco così diretto? Non molti.
La Serie A è un campionato in cui la palla va piano, il gioco è cerebrale e profondamente strategico. Pur impastandoci la bocca di semplicità, giochiamo un calcio cervellotico e ultra-strategico. Per questo un giocatore diretto come Malen ci sembra un marziano. Il suo dominio, però, non è espressione di un talento davvero fuori dall’ordinario, ma di caratteristiche giuste dentro un contesto giusto.
L’intensità di Malen non è investita nei duelli fisici, ma nel rapporto tra palla e porta. Gioca alla massima tensione per mandare la palla dentro la porta, molto semplicemente. È a questa caratteristica che è associata la nostra sensazione di meraviglia di fronte a Malen, e anche forse il disorientamento dei difensori che sono abituati a marcare attaccanti che vanno più piano. Con i suoi slalom, i suoi movimenti, le sue forzature, Malen sta sgranchendo alcuni muscoli della nostra memoria sopiti. Ci sembra di vedere un giocatore che in Serie A sembrava estinto.


