
E così nella tarda serata di ieri, poco prima di mettervi a letto (o casomai già nel letto, se avete il brutto vizio di lanciare uno sguardo allo smartphone come ultima cosa prima di addormentarvi), o forse stamattina, appena alzati (o ancora nel letto, se avete il brutto vizio di lanciare uno sguardo allo smartphone come prima cosa appena svegli), tra un tweet dell’IDF che mostra bombardamenti sulle note di Danza Kuduro e un post della presidenza statunitense che ricalca i Pokemon, avrete visto Lionel Andrés Messi Cuccittini alla Casa Bianca.
Vi sono rimbalzate negli occhi le immagini della sua silhouette che percorre i corridoi opulenti al fianco di Donald Trump, lo avete visto stringere la mano del Presidente degli Stati Uniti, ridere divertito (o imbarazzato?), prendersi e restituire applausi. Cosa avete provato, guardando quelle immagini? Vi hanno fatto male? Vi hanno lasciato indifferenti? Anche i vostri pensieri, come i miei, si sono ingarbugliati tantissimo?
TRUMP AMA (USARE) LO SPORT
Ultimamente nella Sala Ovale, oltre capi di stato, cantanti e pastori, ci sono passati anche parecchi atleti. Non è qualcosa di inedito, anzi: alla Casa Bianca è una consuetudine longeva quella di ospitare atleti che si distinguono a livello nazionale e internazionale. Inedito, semmai, ne è l’utilizzo che ne sta facendo Trump sotto la sua presidenza.
Ricorderete il gruppetto sparuto di calciatori della Juventus prima della Coppa del Mondo per Club, o più recentemente i giocatori della Nazionale maschile di hockey su ghiaccio intenti a sgranocchiare junk food poco prima di assistere al discorso sullo stato dell’Unione. Il dato che ci interessa qua, però, è che a tre mesi dall’inizio del Mondiale, e nel giro di soli tre mesi, Trump ha portato a casa sua i due più grandi giocatori della storia recente del calcio, due personalità che giocoforza, dato lo spessore che ha acquisito il calcio nell’economia, nella società, nella geopolitica e nella cultura di questo millennio, trascendono il calcio: Cristiano Ronaldo e Lionel Messi.
Cristiano Ronaldo si è presentato a novembre nell’ambito di una visita ufficiale di bin Salman, di cui Ronaldo, in fondo, è un po’ un asset (ne abbiamo scritto qui). Certo, c’erano già delle volontà manifeste, da parte di CR7, di incontrare questo cool guy, che all’epoca si sbizzarriva soltanto con la guerra dei dazi. Per Lionel Messi, anche se in fondo il risultato è lo stesso – ergo, senza troppi giri di parole, la politicizzazione della sua presenza, più o meno volontaria –, le premesse sono leggermente differenti.
Lo scorso dicembre l’International di Miami ha vinto per la prima volta il titolo MLS. Messi non ha segnato, nella finale giocata in casa, ma ha servito due assist e in generale ha messeggiato. Anche il 2026 lo ha iniziato alla grande, segnando una doppietta e sembrando in grande forma per il Mondiale che si avvicina.
L’invio alla Casa Bianca è stato diramato all’intera squadra, non a lui nello specifico, ma sarebbe ingenuo non dare per assodato che la presenza di Messi aveva un peso specifico cento volte più grande di quello di Luis Suárez, Javier Mascherano, Rodrigo de Paul o Jorge Más, esule cubano dissidente di Castro che del Miami è il proprietario.
È evidente che a stridere insopportabilmente, come un graffio sulla lavagna, è la tempistica dell’evento, in uno scenario di guerra e di discorsi che citano chiaramente «morte e distruzione» nei discorsi ufficiali. Per Trump è la solita occasione di legittimazione, anzi sarebbe meglio dire “nobilitazione”, attraverso lo sport. Attraverso gli atleti, la loro forza, la loro bellezza, il loro potere mediatico.
Con l’intera squadra di Miami alle spalle, Trump ha parlato dell’avanzamento del conflitto, elaborato un peana per l’eroica armata americana, sciorinato con ironia ma in maniera neppure troppo velata il proposito di poter restituire Cuba a questa brava gente cubana (riferendosi a Más), «a patto però che non ci si fermino troppo a lungo».
E Messi come ha reagito a questi discorsi??
DA CHE PIANETA SEI ARRIVATO E CHE LINGUA CAPISCI SOPRATTUTTO
Giusto una decina di giorni fa è uscita una sua intervista, rilasciata al programma Miro de Atrás, in cui ammetteva, candidamente, di essersi pentito di non aver mai studiato per bene la lingua inglese. In buona sostanza diceva che pur avendone avuto il tempo, tutto il tempo del mondo, non ne ha mai capito l’importanza, fatto che gli ha impedito di poter sostenere conversazioni con le più grandi personalità mondiali incontrate durante gli eventi calcistici, una lacuna che lo ha spesso messo a disagio. «Mi fa sentire ignorante», ha chiosato.
Per tutto il tempo, mentre guardavo Lionel annuire pacioso, con lo sguardo perso nel vuoto, con quell’espressione un po’ fuori dal tempo che ha sempre, oppure aggrottare le sopracciglia (è forse questo il disagio che prova?), mi sono provato a convincere del fatto che dopotutto ciò che gli stava succedendo era esattamente ciò di cui ha appena dichiarato di essersi pentito: ignorare. Non capire, non afferrare, non cogliere, cosa che risulta evidente anche dai sorrisi fuori tempo massimo, dalla risate a rimorchio, di quelle che ti spuntano sulle labbra quando vedi tutti intorno a te sorridere. Ma può bastare, come attenuante, mentre vediamo un’icona come Messi strumentalizzata per illuminare un discorso sulla guerra?
Per tutto il tempo, mentre guardavo Lionel applaudire Trump che ha appena detto che il conflitto sta andando bene, mi sono chiesto se qualcuno gli avesse spiegato di cosa stesse parlando Trump, o più in generale se fosse a conoscenza di cosa sta succedendo in questi giorni, fuori dalla gabbia dorata del suo mondo; se un giornale (in spagnolo) almeno lo avesse letto e se si fosse interrogato, lui o chi lo circonda, sull’opportunità di trovarsi in quell’hic et nunc.
Cosa avrebbe potuto fare, Messi? Avrebbe potuto decidere di non andare? È mai stato davvero nella posizione di potersi darsi malato, di inventarsi una scusa?
Della Nazionale di hockey vincitrice della medaglia d’oro a Cortina-Milano in visita alla Casa Bianca, quella che si è ritrovata a mangiare hamburger, mancavano cinque membri: qualcuno aveva parlato di impegni pregressi, qualcun altro di voglia di passare il proprio tempo con la famiglia. Allo stesso modo, con la stessa scusa, si è sottratta dall’impegno la Nazionale femminile di hockey su ghiaccio, stavolta nella sua interezza, in realtà in segno di protesta per una frase sessista di Trump, che di fronte alla loro vittoria aveva detto «ora mi tocca invitare pure loro, sennò mi becco l’impeachment».
Messi, forse, non avrebbe potuto dire di no. Sarebbe stato un gesto troppo forte e non privo di conseguenze. Però avrebbe potuto impuntarsi per chiedere un traduttore, un auricolare, qualcosa che lo mettesse a parte, in tempo reale, delle parole che stavano volando attorno alla sua testa. Avrebbe potuto non applaudire.
Quando Trump lo ha messo al centro della scena, dichiarandolo senza se e senza ma come migliore di sempre, anche di Pelé, Messi è apparso a disagio come sempre ma almeno sul pezzo: si stava parlando di calcio, in quel frangente, in una maniera cazzona come piace a Trump, ridere era lecito, se non consigliato. Ma l’applauso sullo stato dell’arte bellica? Era necessario?
Cosa importa se fosse o meno partecipato? Avrebbe potuto, Messi, fare a meno di batterle, quelle mani? O batterle o non sorridere? Avrebbe potuto, Messi, mostrarsi almeno un poco meno compiacente? Darci qualche segnale a cui aggrapparci per credere che non fosse felice a prestarsi a fare da contorno a un discorso sullo stato dei bombardamenti - Messi patate al forno, Iran pollo alla diavola?
Accettiamo che gli sportivi non si assumano responsabilità politiche, ma in questo caso Messi si è trovato comunque a essere politicizzato, e non ha fatto nulla nemmeno per sembrare lì suo malgrado.
MARADONA NON LO AVREBBE FATTO
Queste immagini sono state usate per portare avanti il paragone tra Messi e Maradona. Foto della stretta di mano tra Messi e Trump accostate a quelle tra D10s e Fidel. Diego non lo avrebbe mai fatto, la conclusione manicheistica, sottesa e incontestabile. Lo stesso tipo di reazione che si scatenò, nel 2022, dopo l’incoronazione di Messi con il bisht qatariota.
Pelusa, però, lo sappiamo, immacolato non è mai stato: anzi, è stato protagonista di una lunghissima lista di prese di posizione discutibili, dalle foto con Kadyrov a quelle con Lukashenko, ma il punto non è neppure questo. Nel settembre del 1979, alla Casa Rosada, Diego Armando Maradona ha sorriso mentre stringeva la mano di Jorge Videla. Da tre anni la Junta stava sparpagliando terrore e desaparecidos per tutta l’Argentina, e Diego sapeva esattamente che la persona con i baffi buffi che faceva tanto l’affabile si stava pulendo la reputazione coccolandosi il più grande calciatore giovane del mondo, proprio come Messi sapeva che Trump si stava pulendo la reputazione ospitando lui e i suoi compagni alla Casa Bianca.
Ma Maradona, in quel momento, non aveva neppure compiuto diciannove anni: il tempo e le cose con cui gli umani lo riempiono gli si sarebbe dipanato sotto i piedi facendogli prendere le vie che ha preso, nel calcio come nella vita come nella sua visione politica. E nella coerenza politica Maradona ha creduto (o ha dato l’impressione di credere) sempre, o almeno fin quando i dittatori non hanno strumentalizzato il suo “crederci” e lui li ha lasciati fare, abdicando il fortino non foss’altro che perché aveva bisogno di soldi. Messi, invece, di anni ne ha quasi quaranta, di soldi ora non ne ha bisogno e di tempo per farsi un’opinione, che ci piaccia o no, ne ha avuto, eccome se ne ha avuto. Ma non ha sfruttato l’opportunità, tenendosene alla larga. Un po’ come con l’inglese.
Nel tentativo che facciamo ogni giorno per cercare di trovare un acuto all’interno del rumore bianco, un riempitivo nell’apparente vuoto pneumatico, anche se tutto suggeriva che non c’era niente da capire, ci abbiamo comunque provato.
E abbiamo capito che quelle scene, che io mi sono sforzato di riguardare più volte cercando di trovarci un segnale, di scorgerci un’incrinatura, in fondo, ci parlano molto di noi nella misura in cui ci mettono di fronte a un fatto compiuto: che ci piaccia o no, dentro questa melma malmostosa ci stiamo dentro tutti, con le mani e con i piedi.
Se queste scene ci fanno male, come hanno fatto male a me, è perché ci vediamo, specchiata, la nostra stessa incapacità di affrancarci da un sistema di accettazione supina, di accondiscendenza disillusa. Se non si sono esposti i principali leader politici, mi ha detto stamattina un amico, messiano (e maradoniano) quanto me, perché ci saremmo dovuti aspettare che si esponesse Messi?
La risposta che mi sono dato, credo, è che di tutti i posti in cui ad aspettarci ci sono le tenebre, l’ultimo su cui vorremmo, magari un po’ ingenuamente, affacciarci è quello in cui abbiamo riposto il segreto leggero della meraviglia, della bellezza.