
Un elogio a Michael Folorunsho. Un elogio ai giocatori come lui. Ma che vuol dire, quali sono i giocatori come lui? Folorunsho non è abbastanza speciale da essere uno di quei calciatori minori a cui dedicare un culto, ma non è neanche abbastanza “normale” da esaltarlo proprio per la sua normalità. È un giocatore sopra alle righe e incostante, presuntuoso, coatto, con delle idee che dovrebbe avere un giocatore dieci volte più forte di lui. Ha avuto una carriera che è al tempo stesso quella di un outsider, uno che si fa tutte le categorie arrivando fino alla Nazionale, ma è anche la carriera di un miracolato, di uno che forse un giorno ci chiederemo come ha fatto a finire in Nazionale. O forse no.
Non so quanti appassionati ci sono come me di Michael Folorunsho - uno sicuramente, a Reggio Calabria, o almeno c’era nella stagione 2020/21 - sicuramente pochi. Se non altro per la carriera che ha avuto. Parliamo di un giocatore che dal 2019 non ha mai fatto due stagioni di seguito con la stessa maglia. Ha giocato le prime due stagioni da professionista con la Virtus Francavilla, in Serie C, poi Bari, sempre in C, poi Reggina in B, Pordenone e di nuovo Reggina, poi di nuovo Bari, stavolta in B, poi finalmente l’esordio in A col Verona, poi sei partite col Napoli e di nuovo via alla Fiorentina. E quest’anno Cagliari.
Dieci squadre in otto stagioni. Acquistato dal Napoli nel 2019 ma prestato in giro per cinque stagioni. E quando si sono decisi a dargli una possibilità, dopo la sua prima stagione in Serie A - 2023/24, quella con l’Hellas - è durato fino al mercato di gennaio. Chiamato in Nazionale per l’Europeo 2024, un quarto d’ora nell’ultima amichevole con la Bosnia, un paio di minuti nella partita d’esordio con l’Albania e poi basta. Dimenticato.
È come se ogni tanto vedessimo qualcosa di buono in Folorunsho. Ci lasciamo sedurre dal suo talento caotico e rozzo, da quell’atletismo fuori scala nelle categorie inferiori e che ogni tanto anche in Serie A lo fa sembrare più intenso, più forte, più svelto degli altri. Vediamo in lui del potenziale, qualcosa ancora da tirar fuori. Poi però diciamo no, come non detto, ci siamo sbagliati. Torna dove stavi. E Folorunsho ricomincia da capo.
Lo scorso venerdì Michael Folorunsho è tornato in campo dopo due mesi. Perché è anche uno che si infortuna spesso e a 28 anni una distorsione al collaterale non è uno scherzo. Pisacane lo fa entrare al 61' di Parma-Cagliari. Lo mette al posto di Kilicsoy, nella coppia d’attacco con Sebastiano Esposito. Un minuto dopo, al secondo pallone toccato, Folorunsho mette la palla sotto l’incrocio. Calcia in porta, praticamente dalla tribuna laterale del Tardini. Quanti saranno stati, trenta, quaranta metri? Poco importa, Folorunsho è in una posizione in cui è impensabile che possa tirare.
Ho visto il gol con il commento francese e italiano: in entrambe le lingue i commentatori gridano come se Folorunsho, anziché calciare in porta durante una partita di calcio, si fosse messo a volare. Come se la sua maglietta si fosse squarciata sulla schiena e ne fossero uscite due gigantesche ali di pipistrello e Folorunsho si fosse allontanato sopra la copertura dello stadio. Eppure non c’è dubbio che Folorunsho abbia voluto calciare in porta. Che abbia deciso coscientemente, nel pieno delle proprie facoltà, di calciare in porta.
Colpisce la palla di collo pieno, pienissimo, la palla va dritta come un razzo programmato per evitare il bersaglio, per scavalcare il portiere, e si infila sotto la traversa, vicino al palo più lontano. Nessuno potrebbe pensare, specialmente guardando il replay da dietro, che avesse voluto crossare. La traiettoria è troppo lineare, troppo diretta e la palla troppo veloce, troppo forte. «Ma che roba ha fatto?», grida Gabriele Giustiniani in diretta. Un gol "folle", lo definisce poi DAZN nel titolo del video degli highlights. Sono dei complimenti che sembrano quasi come delle accuse, che sottolineano l’irrazionalità, l’insensatezza, nella scelta che fa Folorunsho.
Non si può dire che Folorunsho segni spesso gol di questo tipo. Però in carriera ne ha fatti altri belli e difficili. Anche in questo non è stato costante, anche in questo sfugge alle nostre categorizzazioni. Forse quello segnato alla Juventus - a metà della magica stagione di Verona - è quello che ci si avvicina di più per la qualità del tiro.
Un’altra sassata sotto l’incrocio. Al volo, di sinistro. Indietreggiando fuori dall’area di rigore, dopo che un calcio d’angolo è stato respinto di testa dalla difesa. Sì, questo gol testimonia una tecnica di calcio non comune, pulitissima, peraltro col piede debole. Da giocatore spettacolare, anche se, ancora una volta, non è proprio questo il modo in cui pensiamo a Folorunsho. Pensiamo piuttosto a quello sguardo affilato di chi vive ogni incontro come uno scontro, di chi non si fida di nessuno e non vuole che ci si fidi di lui. Lo sguardo sempre un po’ incazzato di chi vive prima imbruttendo, poi in caso fa sempre in tempo ad aprirsi in un sorriso, a rivelarsi gentile. Pensiamo a quel tronco tozzo, largo, il cofano per un motore di grossa cilindrata. Pensiamo alle sue corse pesanti ed esplosive, con la testa bassa e le gambe che raspano il terreno, lo arano. Pensiamo a un giocatore di carattere, anche se quel carattere non sembra sempre bellissimo.
Qualche settimana prima del gol alla Juve ne aveva segnato uno contro l’odiatissima Roma. Un gol che ricorda quello al Parma perché calcia da una distanza insensata, da pazzo. Lui cresciuto nel settore giovanile della Lazio, sembra sempre dare qualcosa di più quando vede giallorosso. Vale anche per quello del Lecce, visto che ha giocato nel Bari. Folorunsho vive in un derby costante perché sembra una di quelle persone in lotta con il mondo, che si sentono sole contro tutti. Quando ha segnato col Verona contro il Lecce, al Via Del Mare, anni dopo aver vestito la maglia del Bari, ha esultato facendo la cresta del galletto con la mano. Forse è quel tipo di persona a cui non bisogna fare complimenti, che si motivano sentendo che gli altri dubitano di loro. Questo premio lo dedico ai miei hater… non lo ha mai detto, non ha mai avuto un premio da dedicare, almeno che io sappia, ma a me sembra quel tipo di persona.
L’ho detto all’inizio, voglio scrivere un elogio a Michael Folorunsho. E tutte queste cose non fanno che avvicinarmelo. Le prime squadre in cui ha giocato, la Vigor Perconti e il Tor Sapienza, giocano a pochi chilometri da dove sto scrivendo. Quegli occhi, io li vedo a ogni fermata dell’autobus. Quello sguardo, io lo incrocio sulla Metro C.
C’è un video, dei tempi della primavera della Lazio, in cui gli chiedono tre cose che sa fare bene. Lui, senza nessuno sforzo per ammorbidire l’accento strascicato, risponde: giocare a calcio, giocare a biliardo e uscire con gli amici. Gli mostrano Steve Jobs, e lui lo scambia per Dante Alighieri. La donna più bella del mondo per lui è Belen. Cazzeggia col compagno di squadra insieme al quale lo intervistano - Aimone Calì, che ora sta in Serie D - fa il simpatico. Poi gli chiedono quale parola non gli piace e lui a sorpresa risponde: fenomeno. Perché a Roma, fenomeno, è un’offesa. I fenomeni, non esistono. Come i marziani, e anche se esistessero, come ha scritto Flaiano, dopo poco i romani finirebbero per prenderlo per il culo.
Contro la Roma, dicevo, ha segnato un altro gol senza senso. Prende palla dal portiere, nella propria metà campo. Dribbla Lorenzo Pellegrini che lo pressa, poi dribbla Bove in scivolata - altri due romani - poi dribbla Leandro Paredes con un tunnel. È ancora lontanissimo, a più di dieci metri di distanza dal limite dell’area di rigore, ma decide di calciare in porta. La pezza di Folorunsho va leggermente a sinistra e poi curva a destra, inganna Rui Patricio che poi ci arriva con le mani ma gli si piegano. Un gol straordinario che però, forse, con un portiere più pronto o con le mani più dure, non sarebbe entrato in porta. Ma questo è tipico di Folorunsho.
Un elogio a Folorunsho è anche un elogio ai tiri deviati che diventano gol. Non tutti, però. Ci sono tiri deviati che diventano gol per caso, per fortuna, che modificano la traiettoria di un pallone che altrimenti sarebbe uscito o che sarebbe stato parato. I tiri di Folorunsho entrano in porta per la convinzione con cui lui calcia, perché sono forti, dritti, sembrano passare attraverso aree piene di giocatori come palle di cannone che tagliano in due le prime linee di un esercito. Un video con le sue migliori giocate e gol - che ancora non esiste, almeno completo di tutte le sue esperienze - sarebbe pieno di tiri da fuori area deviati. Il suo primo gol in Serie A, contro il Monza, è un tiro deviato. Il suo secondo gol in Serie A è quello con la Roma.
I tiri più forti di Folorunsho finiscono alti, o fuori, ma se sono in direzione della porta entrano anche se qualcuno ci si mette davanti. Come il Tiro della Tigre di Mark Lenders, che strappa i guanti ai portieri, che strappa la rete di porta e si conficca nel muro di dietro continuando a girare su se stesso. Folorunsho gioca come uno che si è allenato calciando le onde del mare in tempesta.
Folorunsho esulta con la mano in faccia come se fosse un passamontagna e la mano a pistola puntata dritta davanti a sé. Non si aspetta niente da nessuno. Si prende quello di cui ha bisogno e senza chiedere permesso o per favore. Però è indubbio che abbia delle qualità. Ad esempio, oltre a calciare bene in porta, ha grandi tempi di inserimento ed è un ottimo finalizzatore. È un giocatore completo con effetti speciali.
Il suo gol più bello, dopo quello al Parma con il Cagliari, è un altro gol al Parma fatto con la maglia del Bari. Un gol che secondo me non segnano neanche dieci dei migliori centrocampisti del campionato italiano.
Palla intercettata al limite della propria area. Dribbling. Piccola conduzione e passaggio in diagonale, di sinistro, per un compagno più avanzato che la controlla e gliela ridà indietro. Sventagliata di prima, di destro, per Cheddira che corre in profondità a sinistra. Cheddira controlla, entra in area e gliela ripassa a qualche metro dal limite dell’area. Pezza ipersonica sotto la traversa. Anche qui il commentatore - credo sia Daniele Barone - sembra spaventato, sembra aver visto Folorunsho aprire le ali da diavolo e volare via.
Michael Folorunsho, romano, laziale - romano con la pelle nera, non un dettaglio secondario - persona con cui deve essere difficile ragionare. Che in questa stagione, prima del gol al Parma, aveva fatto parlare di sé per gli insulti volgari alla madre di Hermoso. In un’epoca di giocatori con la maglia davanti alla bocca, Folorunsho non ci pensa neanche a coprirsi, non ci pensa neanche che ci sia qualcosa di sbagliato nella sua rabbia (almeno lì per lì, visto che dopo è stato costretto a scusarsi).
Michael Folorunsho calciatore difficile da inquadrare, oggi da convocare in Nazionale, domani chissà, infortunato, oppure a tirare mine in Serie B. È ancora titolare nel Cagliari? Chi lo sa. Diventerà un attaccante, un trequartista? Chi lo sa. Prima di infortunarsi, due mesi fa, con il Pisa, aveva segnato di testa. Tre minuti prima di infortunarsi. Negli ultimi cinque minuti passati in campo, ha segnato due gol. Cinque minuti, due gol, in due mesi. E questa non è la cosa più strana riguardo Folorunsho.
Michael Folorunsho è un giocatore che fomenta, un giocatore unico. Perché l’unicità non riguarda solo i migliori di tutti. Michael Folorunsho è un giocatore normale, forse persino mediocre, che verrà dimenticato, ma che non abbasserebbe lo sguardo neanche davanti a Lamine Yamal. Anzi, probabilmente lo guarderebbe negli occhi e con sprezzo gli direbbe: è arrivato il fenomeno. Lasciando poi partire un tiro da centrocampo.