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Un derby che potrebbe segnare un nuovo inizio
09 mar 2026
La vittoria del Milan ci ha detto molto anche dello stato di salute dell'Inter.
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7 min
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IMAGO / Gonzales Photo
(copertina) IMAGO / Gonzales Photo
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Quando il Milan di Pioli collezionava sconfitte nei derby come francobolli, e l’Inter quelle partite pareva giocarle a occhi chiusi, c'era sempre un momento in cui Henrikh Mkhitaryan si presentava tutto solo in area di rigore dopo aver attraversato indisturbato il centrocampo del Milan, aperto dinanzi a lui come le acque del Mar Rosso di fronte a Mosè. Era così, ad esempio, che era nato il gol dello 0-2 nella semifinale di andata di Champions League di tre stagioni fa.

Ieri sera i tifosi di Milan e Inter hanno vissuto una situazione familiare quando al 34’, a seguito di un appoggio impreciso di Leão, il recupero in avanti di Modrić è finito tra i piedi di Zielinski, che ha potuto innescare Mkhitaryan. L’armeno si è potuto insinuare indisturbato in area, correndo centralmente, con Pavlović e De Winter che si erano allargati per seguire Bonny e Barella.

A differenza di quel derby in Champions League, però, Mkhitaryan non è stato preciso e Maignan, evitando di andare subito a terra, ha respinto il tiro.

Sappiamo come funziona, non è nulla di nuovo: questo tipo di partite si decidono su momenti del genere. Tanto più in una gara bloccata come il derby di Milano fino a quel momento, in cui entrambe le squadre sembravano intenzionate a far succedere meno cose possibile. L’Inter perché aveva molto da perdere in classifica e anche in termini di reputazione, visto il rendimento contro le big di quest’anno. Il Milan, per sua indole, per il modo di intendere il calcio del suo allenatore.

E così, ancora una volta, gli episodi sono stati decisivi. Un minuto dopo l’errore di Mkhitaryan, il Milan ha trovato il vantaggio, e difatti ha chiuso la pratica. Una bella azione in diagonale, forse la migliore dei rossoneri, frutto di due intuizioni di Fofana.

La prima, uno scarico di prima intenzione per Leão dopo aver ricevuto dall’esterno, una soluzione immediata che, più avanti, né Bastoni né Akanji si aspettavano, e che perciò ha permesso a Leão di chiudere il triangolo col francese.

La seconda, uno splendido filtrante di sinistro per il taglio di Estupiñan alle spalle di Luis Henrique, uno squarcio sul prato di San Siro che, insieme all’inserimento del terzino sinistro, ha ricordato vagamente l’assist di Rivaldo per il gol di Serginho in un derby di 24 anni fa.

Prima del gol, aveva resistito una sensazione di sostanziale equilibrio tra le due squadre. Dopo il vantaggio, però, il Milan si è fatto grande agli occhi di Barella e compagni ed ha preso il centro del ring, almeno fino alla fine del primo tempo. L'Inter, in questo senso, ha dimostrato di avere «la mascella di vetro», come disse Conor McGregor, riferendosi ai fighter daghestani, nella leggendaria conferenza stampa di presentazione dell'incontro del 2018 contro Khabib Nurmagomedov.

Era accaduto anche contro il Bodo, sia all’andata che al ritorno, che dopo aver subito il gol l’Inter iniziasse a barcollare, fino al cazzotto che l’avrebbe atterrata definitivamente. Stavolta ai nerazzurri è andata un po’ meglio, perché il Milan non ha nelle sue corde il colpo del KO. Anche ieri sera, però, dopo il gol l’Inter si è ritrovata con la vista annebbiata e le gambe deboli, in balia dei suoi avversari. Non ci sarebbe stato nulla di strano se nel quarto d’ora finale del primo tempo il Milan avesse chiuso la partita.

In quella frazione l’Inter non ha solo palesato gli stessi problemi da un punto di vista della gestione emotiva degli inconvenienti, ma anche da un punto di vista tattico. Ancora una volta, infatti, la squadra di Chivu si è dimostrata incredibilmente passiva, sia in fase di difesa posizionale, sia a palla persa, quando avrebbe dovuto riaggredire.

Che l’Inter certe volte regali troppo tempo ai suoi avversari con la palla era stato evidente già nel gol, vista la libertà di impostare concessa a Tomori a cavallo del centrocampo, senza che nessuno scalasse su di lui.

Il problema ha continuato a verificarsi anche nel quarto d’ora di primo tempo in cui il Milan ha preso il sopravvento – un po’ meno nella ripresa, dove i rossoneri non hanno quasi mai tenuto palla. Lasciare la palla scoperta contro giocatori in grado di tagliare in maniera minacciosa può essere un grosso rischio, specie se i difensori sono distratti. Se poi la palla scoperta la si lascia a Modrić, questo significa consegnarsi agli avversari.

Quasi peggio dell’atteggiamento in blocco medio dei nerazzurri è stata la loro riaggressione, delle volte inesistente. Il fatto è che l’Inter ha perso male palla perché ha attaccato male. Svuotava il centro per giocare in verticale, e così quando non riusciva a progredire – spesso, visto che c'era pochissima fluidità e scarsa precisione tecnica – il Milan poteva ripartire, perché la squadra non era pronta a riaggredire.

I difensori, Akanji a parte, non sembrano portati ad accorciare in avanti – anche per una questione di distanze troppo lunghe da gestire, forse – e soprattutto, a differenza dei tempi migliori, il centrocampo nerazzurro non riesce più a rientrare: correre all’indietro, una di quelle qualità del centrocampo che avevano fatto la fortuna di Simone Inzaghi in Europa, non sembra essere più una prerogativa della mediana nerazzurra: Mkhitaryan ormai va per i 37, Barella da un po’ appare logoro e anche per Zielinski i rientri sotto la linea della palla sembrano essere piuttosto faticosi. Bisognerebbe trovare il modo di non esporla a situazioni del genere, se si vuole sfruttare la sua qualità anche contro avversari di alto livello.

Come detto, se il Milan fosse stato più affilato avrebbe potuto incrementare il suo vantaggio. Da inizio stagione, però, Allegri deve fare i conti con un attacco un po’ zoppicante. Quasi letteralmente nel caso di Leão e Pulisic, il primo alle prese con la pubalgia, il secondo con altri acciacchi e infiammazioni. Nonostante ci fossero tatticamente le condizioni perfette per le caratteristiche dei due giocatori, quindi, nessuno dei due era in grado di sfruttarle. Così il Milan ha dovuto accontentarsi del solo gol di vantaggio.

I rossoneri, comunque, non hanno perso la concentrazione e hanno apparecchiato un secondo tempo in cui l’Inter di quest’anno avrebbe potuto continuare per tutta la notte ad attaccare senza cavare un ragno dal buco.

La povertà di idee della squadra di Chivu è stata preoccupante. L’Inter svuotava il centro per arrivare dalle punte, che come ammesso dallo stesso allenatore romeno non hanno aiutato la squadra. Poi, quando raggiungeva la trequarti, non aveva altra soluzione che crossare. Di rotazioni sulle catene nemmeno l’ombra. Al centro, attaccanti e centrocampisti fermi insieme ai propri marcatori, in attesa di un cross o del classico passaggio in diagonale dall’esterno verso la punta che riceve di spalle.

Nessuna delle due soluzioni ha funzionato. Il Milan si è accomodato a ridosso dei propri sedici metri, con plaid e pantofole, e da lì non lo ha schiodato nessuno. Troppo statica l’Inter per rendere meno vischiosa la densità rossonera.

Così, l’Inter crossava senza mai avere condizioni di reale vantaggio, né per chi scoccava il traversone né per chi si trovava in area – Chivu, a proposito, per esprimere la fatica nei cross ha detto che i suoi giocatori arrivavano sul fondo «arrampicati».

I meriti, quindi, vanno al modo in cui il Milan ha saputo difendere contemporaneamente ampiezza e centro. Non c’è stato cross che abbia destato sensazione di pericolo. Anche il secondo palo è stato protetto in maniera impeccabile. Non è facile attaccare una squadra così attenta e così prestante.

In area, poi, si è distinto Koni De Winter, con una prova da marcatore vero. Il modo in cui ha usato le mani per spintonare Pio Esposito e Bonny, oppure per aggrapparsi a loro senza farli mai arrivare con slancio sui cross, è uno di quei trucchi da difensore scafato che sono indice del suo miglioramento.

Ovviamente, quando si passa così tanto tempo in blocco basso i soli difensori non bastano, e allora occorre elogiare anche il lavoro di schermatura della mediana. I tre centrocampisti sono riusciti ad agire da difensori aggiunti senza mai schiacciarsi sull’ultima linea, ma lavorando per negare il classico passaggio in diagonale dall’esterno verso la punta, isolata di spalle col proprio marcatore, che avrebbe poi dovuto attivare i compagni sul limite.

Zielinski prova il passaggio in diagonale per Pio Esposito isolato di spalle. Modric e Tomori (qui centrocampista per via di una rotazione precedente) stringono il corridoio e l'inglese intercetta.

Arrivati a dieci giornate dal termine, sette punti appaiono francamente ancora troppi per parlare di una vera corsa scudetto. La parabola dei progetti di Milan e Inter, però, forse per la prima volta sembra mostrare un’inversione di tendenza: da una vittoria del genere i rossoneri possono trarre slancio per provare a competere, già dal futuro prossimo, con quella che è stata la miglior squadra in Italia negli ultimi anni.

L’Inter, invece, si trova a farsi le stesse domande ormai da troppo tempo. È evidente come, certe partite, richiedano qualità che questo gruppo non sembra più possedere – per un insieme di motivi: tecnici, tattici, atletici ed emotivi. Quella di ieri è stata una sconfitta troppo simile agli altri inciampi della squadra di Chivu in questa stagione. E per questo deve far riflettere in ottica futura, al di là di come andrà a finire la corsa scudetto.

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