
Il 12 maggio 2025, a 3 minuti e 7 secondi dalla fine di gara-4 delle semifinali di Conference tra Boston Celtics e New York Knicks, Jayson Tatum si rompe il tendine d’Achille. Lo fa buttandosi con foga su una palla vagante, in una partita decisiva che la sua squadra sta perdendo di sette punti. Lui, fino a quel momento, aveva segnato 42 punti, giocando una delle migliori partite della sua carriera.
Per Tatum è un colpo tremendo, ma anche per i Celtics non è uno scherzo: il suo infortunio vuol dire, praticamente, perdere la serie (già compromessa), uscire dai playoff e buttare alle ortiche la stagione successiva. Per la letteratura clinica, infatti, un atleta che subisce un infortunio del genere deve restare fuori dalle competizioni almeno 10 mesi, ma la prassi è fargli saltare tutta la successiva stagione sportiva. Kevin Durant, per dire, è tornato a giocare una partita competitiva a 18 mesi dall’infortunio subito nei playoff, lo stesso accadrà con Lillard e Haliburton, che si sono infortunati nello stesso periodo di Tatum.
In NBA, l’idea è che senza il tuo miglior giocatore non ci provi neanche a competere, ma anzi usi la stagione successiva per avere la miglior scelta possibile al draft. Non è però quello che sta succedendo a Boston. Arrivati a marzo, i Celtics sono secondi nella Eastern Conference. È un risultato doppiamente sorprendente, perché manca Tatum e perché in estate il roster è stato rivoluzionato - si potrebbe anche dire peggiorato - per abbassare il monte ingaggi e uscire dalle grinfie del second apron. Questo ha creato una situazione surreale: Boston oggi è competitiva anche senza il suo miglior giocatore, ma il suo miglior giocatore potrebbe tornare in campo a breve, dando un'ulteriore dimensione alla squadra in vista dei playoff.
Il possibile rientro di Tatum, allora, è diventato un dubbio amletico: farlo rientrare per provare a vincere il titolo quest’anno o vedere come va senza di lui, per non rischiare nuovi infortuni o comunque di schierare un giocatore fenomenale ma non ancora fisicamente pronto a contribuire alla causa? Le voci fuori da Boston, ad esempio quella di Bill Simmons, parlano di un rientro di Tatum previsto già per questa settimana, mentre dall’interno della franchigia nessuno si sbilancia, come se la scelta sul suo rientro fosse non tanto una questione medica ma piuttosto un metaforico testa o croce, sul quale nessuno può fare previsioni certe.
IL RECUPERO
Per capire i motivi di un possibile rientro anticipato, bisogna partire da quel 12 maggio. Tatum si infortuna a New York verso le 21:30 e la mattina successiva alle ore 8:00 è già in sala operatoria. Nel giro di una notte i Celtics hanno cooptato il dottor Martin O'Malley, considerato il miglior chirurgo ortopedico di New York, e trovato un posto dove far operare il loro giocatore in città, senza spostarlo a Boston. È una rapidità senza precedenti: non ci sono molti casi di un tendine d’Achille riparato a meno di 12 ore dalla rottura. Secondo gli esperti è un tempismo che potrebbe rivelarsi estremamente vantaggioso: operando prima che la zona possa gonfiarsi, dovrebbe migliorare notevolmente le capacità di recupero del tendine e la qualità del lavoro chirurgico.
Per un atleta professionista, il periodo successivo a un intervento del genere diventa un lavoro più duro di quello abituale, sia a livello fisico che mentale. Tatum, che sta documentando la sua riabilitazione sui propri canali social, e che in carriera non aveva mai avuto infortuni “seri”, ha sottolineato più volte quanto siano stati difficili i primi mesi, di quanto ha avuto paura di non poter tornare più in campo. Nei primi video lo vediamo girare con una specie di carrello per tenere la gamba piegata, per poi passare alle stampelle e poi, piano piano, abbandonare anche quelle. Dopo poche settimane lo vediamo fare i primi semplici esercizi fisici e 150 giorni dopo la rottura del tendine d’Achille compare un video in cui Tatum schiaccia.
Tatum salta da fermo e rimane appeso al canestro per qualche secondo. Per un essere umano normale sarebbe un risultato eccezionale, ma per un giocatore NBA vuol dire poco. Eppure il suo sembra un chiaro messaggio a compagni e tifosi: la stagione NBA sta per iniziare e Tatum invita tutti a non prenderla come un anno sabbatico, ma a stringere i denti e attendere il suo ritorno. I Celtics, come detto, fanno anche meglio. Spinti da Mazzulla, dopo un inizio non brillante trovano la loro identità intorno a Jaylen Brown, bravissimo a riempire il ruolo di primo violino (ci torniamo).
Più i Celtics vincono, più salgono in classifica, più si rincorrono le notizie sull'avanzato stato del recupero Tatum, creando una linea narrativa parallela a quella della squadra. Internet inizia a riempirsi dei video dei suoi allenamenti in solitaria, di voci sempre più incontrollate sul suo ritorno. Alla trade deadline di inizio febbraio i Celtics si liberano di Anfernee Simons per aggiungere Nikola Vucevic, un centro, al roster. Anche questo un indizio di come il suo rientro sia imminente.
COSA PENSARE DEL SUO POSSIBILE RIENTRO
Eppure negli ultimi giorni le notizie su Tatum sono diventate più ingarbugliate. Se da una parte continuano a rincorrersi i progressi della sua riabilitazione - Tatum che torna a disputare partitelle in cui è previsto il contatto fisico, Tatum che si allena con la formazione di G League dei Celtics, Tatum che è all’allenamento della squadra, ma non è chiaro se per allenarsi con loro o meno - dall'altra a parole ci vanno tutti molto cauti e ambigui. «È semplicemente la progressione del recupero. Era il passo successivo», ha detto Tatum ai giornalisti dopo l'allenamento con i Maine Celtics, «Non significa che sto tornando o che non sto tornando. Sto solo seguendo il piano. È un altro step». Brad Stevens, invece, ha dichiarato che «È meglio che Jayson torni quando sarà al 110% della forma».
Un modo come un altro per ammirare l’essere umano Joe Mazzulla.
Se il 110% della forma non esiste, quello delle percentuali è un giochino che si fa spesso in questo tipo di infortuni. Un tempo la rottura del tendine d’Achille segnava la fine della carriera ad alti livelli, e anche oggi desta molte preoccupazioni. Tatum è più giovane rispetto alla casistica di stelle NBA che si sono rotte il tendine d'Achille, e si può dire che Durant sia tornato più o meno allo stesso livello, ma a che percentuale è oggi Tatum? 50%? 75%? Quanto tempo ci vorrà per rivedere lo stesso Tatum di gara-4 contro i Knicks? È una domanda a cui, ovviamente, non si può rispondere oggi, prima del suo ritorno in campo, ma certo sarebbe davvero sorprendente vederlo essere già a quel livello.
Anche per questo, l’idea di un suo ritorno in questa stagione continua ad avere delle criticità. Non è come inserire un pezzo in un puzzle: è più difficile. I Celtics stanno giocando alla grande con uno stile di gioco molto fisico e veloce, affidandosi completamente a Jaylen Brown per quanto riguarda il ruolo di stella della squadra. Cosa vuol dire infilare Tatum in questo ecosistema? Tatum è diventato grande non solo perché sa fare canestro, ma perché è un giocatore completo: difende duro, prende rimbalzi, sa portare blocchi e attaccare per sé e per i compagni. Ha senso affidarsi a una versione a mezzo servizio? Metterlo in un angolo ad aspettare gli scarichi e sperare che non sia troppo attaccabile in difesa? Certo, è facile pensare che ai playoff siano meglio 15 minuti di Tatum su una gamba che 15 minuti di Baylor Scheierman tutto intero, ma, ancora, ne vale la pena? E poi: è davvero possibile fare una cosa del genere? Chiedere a Tatum di fare il gregario?
È stato lo stesso Tatum a dare una risposta nell’ultimo video pubblicato sul proprio canale YouTube. Nel video lo vediamo parlare con il chirurgo che l’ha operato, che esaminandolo dice: «Sono fiducioso: tornerai a essere lo stesso giocatore che eri prima dell’infortunio». Tatum a quel punto gli risponde: «Dottore, non ho certo intenzione di tornare per fare il gregario».
La conversazione risale a qualche mese fa, ma Tatum l'ha pubblicata soltanto ora. Qualcuno ci ha letto un messaggio rivolto ai Celtics oppure forse l’intenzione di tornare solo nella prossima stagione. Tatum è il più consapevole che il suo inserimento richiederebbe un difficile lavoro sulle dinamiche di squadra: sui ritmi e lo stile di gioco, sui quintetti da schierare, su come ridistribuire i minuti e i compiti. Se i dubbi sulla complementarietà della coppia tra lui e Brown ormai sono stati smentiti, è inevitabile chiedersi come tornerebbe a essere la gestione delle responsabilità tra loro due. Brown sta disputando una stagione da MVP, e se non è mai stato un accentratore del gioco, così come non lo è Tatum, sarebbe rischioso ridimensionarlo per un compagno che torna da 10 mesi di inattività. Allo stesso modo sarebbe strano usare Tatum come un giocatore di rotazione qualunque.
La sensazione è che sia Tatum che i Celtics abbiano ancora qualche dubbio, che a questo punto della stagione non è una buona notizia. Che sia tornare o rimanere fuori per la stagione, la decisione devono prenderla ora e dovrebbe essere quella che porta più serenità alle due parti, perché poi una volta presa, non si può più tornare indietro.