
Sin dagli anni ’80 la pallavolo si è avviata verso quella specializzazione dei ruoli che oggi ci sembra naturale in campo. Prima è stato abbandonato il sistema “4-2” col doppio palleggiatore (e quindi di un giocatore capace sia di alzare da seconda linea sia di schiacciare dal lato destro del campo in prima linea), sostituito da un giocatore deputato esclusivamente all’attacco, ossia l’opposto – così chiamato perché nelle rotazioni si trova opposto alla posizione del palleggiatore – che schiaccia anche da seconda linea. Poi tra il 1997 e il 1998 l’introduzione da parte della FIVB della figura del libero ha fatto sì che i centrali non ricevessero più, e che rimanessero in seconda linea solo per la battuta – per poi essere sostituiti dallo stesso libero nel giro dietro - occupandosi essenzialmente di attaccare e murare da posto 3.
Certo, abbiamo visto negli ultimi anni dei sistemi che hanno apportato delle variazioni. Per esempio, il modulo con i tre schiacciatori utilizzato da Trento nella stagione 2021/22 con Lavia “falso opposto”, o ancora dalla Monza finalista scudetto nel 2024 o dalla stessa Lube in questa stagione (denominatore comune lo schiacciatore chiamato a giocare in diagonale col palleggiatore, cioè il canadese Eric Loeppky). Ma si tratta di soluzioni contingenti ed eccezionali, pensate per coprire un buco in rosa o sfruttare le caratteristiche di alcuni giocatori, come ad esempio uno schiacciatore straripante come Alek Nikolov, eccelso nell’attaccare da qualsiasi zona del campo quanto carente in ricezione, che ha appunto bisogno di una terza banda in campo che lo copra nei fondamentali di seconda linea.
Questa specializzazione ha fatto sì che i ruoli fossero sempre più rigidi, e per i giocatori passare da uno all'altro sempre più difficile. I giocatori duttili, quelli cioè in grado di ricoprire più ruoli, sono rarissimi nella pallavolo moderna. Ivan Zaytsev, uno dei pallavolisti simbolo degli anni ’10, è stato impostato come palleggiatore, ma nel corso della sua carriera è stato spostato varie volte da opposto a schiacciatore, dando probabilmente il meglio di sé nella Perugia campione d’Italia 2018 da banda (anche se lui ha sempre preferito giocare da opposto). Una posizione che ricopre tuttora a Cuneo, verosimilmente perché dopo l’intervento al ginocchio nel 2021 ha perso parte della sua esplosività nel salto. Anche l’americano Matt Anderson, pur nascendo come schiacciatore, spesso è stato impiegato come opposto (soprattutto in Nazionale), toccando dei picchi di rendimento anche superiori a quelli dello “zar”. Per tornare alla nostra Nazionale, Alessandro “Fox” Fei negli anni 2000 ha fatto la differenza indistintamente da centrale come da opposto, ma era un’altra epoca, quella immediatamente successiva all’introduzione del rally point system, in cui i giocatori dovevano saper fare più cose.
Nel femminile Ebrar Karakurt da più di 3 anni è stata spostata da opposta a schiacciatrice, per far spazio nella Nazionale turca a Melissa Vargas, mentre la russa Tatiana Tolok sta compiendo a Novara il percorso inverso (con ottimi risultati). Che è poi l’evoluzione di Paola Egonu, impostata come schiacciatrice nel settore giovanile salvo poi imporsi come uno dei migliori opposti della storia. Ancora più singolare la storia di Nimir Abdel Aziz, uno degli opposti più prolifici degli ultimi 10 anni, con alle spalle un lungo trascorso da palleggiatore. Ma si tratta appunto di cambi di posizione più o meno strutturali, quasi irreversibili, proprio perché la pallavolo è uno sport con ruoli estremamente definiti, che richiede un allenamento mirato per lavorare su determinati fondamentali.
Ho fatto questo lungo preambolo per provare a farvi capire l'impatto che sta avendo oggi, al di là dei titoli e dei punti, Noumory Keita, uno dei migliori giocatori della Superlega da 4 anni a questa parte sia da opposto sia da schiacciatore.
LA STORIA DI KEITA
Keita arriva a Verona nel 2022 con una storia molto particolare: nel 2015, a 14 anni, aveva già lasciato il suo Paese per andare a giocare in Qatar in una prima squadra, per poi trasferirsi in Serbia nel 2018. A 19 anni Keita è un nome circondato già da un certo hype, eppure si trasferisce a sorpresa nel campionato sudcoreano, con un ingaggio da 300mila dollari a stagione, una cifra già da giocatore di alto livello. In Asia supererà in più di un’occasione i 50 punti a partita, inclusa la finale del campionato in cui tocca quota 57. Nell’estate del 2022 è Verona ad annunciarlo e non come un talento emergente ma la next big thing della pallavolo mondiale.
«L’incontro nasce nel 2018, quando lo vedemmo per la prima volta a Verona», ha raccontato l’amministratore unico Gian Andrea Marchesi durante la conferenza stampa di presentazione «Purtroppo era troppo giovane per essere tesserato in Italia, poi nel novembre del 2021 abbiamo iniziato una lunga trattativa per portare a Verona uno dei giocatori che fisicamente è sicuramente tra i più forti al mondo. Tecnicamente probabilmente oggi non lo è ma lo diventerà. Negli ultimi due anni ha giocato come opposto, mentre qui da noi arriverà come schiacciatore perché abbiamo la convinzione come lui che questo sarà il suo ruolo predominante. Lui arriva consapevole che potrà diventare uno dei protagonisti mondiali di questo sport».
Keita cambierà più volte ruolo nel corso di questi anni: inizia da schiacciatore, ma le sue difficoltà in ricezione e in difesa, unite a una capacità di salto fuori scala, lo riportano a fare l’opposto già durante il 2022/23. Il classe 2001 aveva iniziato da opposto anche la scorsa stagione, ma dopo l’infortunio di Dzavoronok è stato utilizzato diverse volte anche da schiacciatore. Quest’anno però con l’ingaggio dell’opposto ipertrofico Darlan, Keita gioca stabilmente da banda, che è poi il ruolo che preferisce.
«Quest’anno mi sento più a mio agio, gli altri anni invece a volte giocavo da opposto, a volte cambiavo per andare in ricezione. Quindi non è stato facile per me», ha spiegato in questa intervista «Ma quest’anno va meglio: non devo pensare a fare troppe cose e a come farle. Ora va bene, devo ricevere e la palla deve essere solo alta, il che mi ha aiutato ad essere a mio agio in questo ruolo». Nonostante i continui spostamenti, Keita sta mantenendo degli standard realizzativi inavvicinabili per gli altri: da quando è arrivato in Italia, nessuno ha una media punti come la sua, 4,86 per set, che lo rende anche il migliore per attacchi punto, 4,12 per set. Ma come riesce Noumory a essere così versatile (e forte)?
Come diceva Marchesi, Keita è un talento innanzitutto atletico, in possesso di una forza pliometrica (cioè la capacità muscolare di generare la massima potenza nel minor tempo possibile) senza termine di paragone, anche per tanti suoi colleghi sopra i 2 metri. Certo, è uno degli atleti più alti in circolazione (misura tra i 206 e i 207 centimetri), che nei test di salto tocca i 3 metri e 80. Ma tra i giocatori di élite, solo Leon arriva più in alto (3,85 metri). Per dire, anche un gigante di 2 metri e 11 come Michieletto attacca la palla più in basso (3,73 metri).
Questo significa partire con un vantaggio di almeno 10-15 centimetri sui migliori attaccanti, che naturalmente aumenta se si considera che l’altezza del muro è più bassa (chi mura compie meno rincorsa e non può avere lo stesso slancio di un attaccante di palla alta). Sono numeri eccezionali, che però da soli non spiegano l’unicità del suo talento e del suo gioco.
Un assaggio delle sue doti.
Keita non è il saltatore più esplosivo ma impressiona per l’altezza raggiunta e per le capacità di sospensione in aria. È per questo che si adatta anche ai palloni più lenti: è come se fermasse il tempo mentre si trova in aria, un po’ come faceva Leon al suo prime. Il muro scende e Keita passa sopra. Lui stesso sul suo profilo Instagram si diverte a caricare i video dei migliori punti e in particolare della sua elevazione straordinaria, autodefinendosi “the eagle from Africa” con tanto di emoji.
Noumory è sì un grandissimo saltatore in alto e anche in lungo, motivo per cui ha giocato quasi più partite da opposto, un ruolo da cui si attacca tanto da seconda linea. Ma soprattutto è un freak atletico che sembra fatto di gomma, data la sua elasticità. O per usare le parole dei commentatori di Rai Sport: «Keita è una canna di bambù che si flette per trovare il punto palla». Guardate questa immagine: è normale per chi batte in salto spin inarcare la schiena per caricare il colpo, ma qui il suo corpo va praticamente a formare una mezzaluna, con i talloni vicinissimi al gomito.

Altri due dettagli peculiari: il braccio sinistro, quello che non usa per attaccare, sempre molto alto in posizione diagonale, e il gomito destro molto chiuso.
Ha una flessibilità tale che sbilanciando il suo corpo verso sinistra (e inclinando il tronco) riesce a guadagnarsi un angolo supplementare quando attacca in diagonale da posto 4. Altre due particolarità in questo gesto: mentre esegue la torsione, è come se sullo slancio facesse perno sulla gamba sinistra, ricadendo con la destra avanti e il corpo rivolto verso il palo della rete. In più mentre atterra tiene la gamba destra sollevata, un po’ come se facesse un colpo di tacco col piede.
Keita ha un corpo snodato con un’apertura di braccia quasi “alare”, che gli permette di arrivare a prendere una palla anche quando sbaglia il timing (non è così improbabile) o non trova il punto palla ideale col terzo passo di rincorsa. Ha una coordinazione tutta sua, fatta di continui adattamenti della meccanica di attacco e movimenti non convenzionali, che lo rendono un giocatore speciale, per certi versi illeggibile, in uno sport scandito da pattern piuttosto standardizzati. Il suo talento atletico si traduce in una violenza brutale dei suoi attacchi, spesso incontenibili per gli avversari. Anche quando si ritrova il pallone troppo vicino alla testa e deve lavorare più col tricipite che col bicipite se vuole stringere la diagonale, riesce comunque a imprimere una potenza notevole.
Lo schiacciatore di Verona ha una palla molto pesante pure attaccando da fermo, figuriamoci se può prendere una rincorsa adeguata. Il suo è un gioco che si appoggia molto sullo strapotere fisico: il maliano non ha la manualità di un Semeniuk o di un Lucarelli, tira a tutto braccio nella maggior parte dei casi, forzando l’attacco anche in situazioni poco indicate. Verona del resto è una squadra che vive di eccessi e folate, che ha bisogno di esagerare per accendersi e che ha dimostrato di saper assorbire questo tipo di errori.
Alla fine quando gli scambi si allungano, basta tenere la palla alta, poi in qualche modo ci pensa il 9.
Noumory spinge in ogni caso, prediligendo però la diagonale lunga. Sia da schiacciatore che da opposto, rimane la sua traiettoria preferita, eseguendola con la stessa naturalezza. Cerca posto 6 quando il muro è aperto e allo stesso modo va sulla parallela solo quando è libera. Ma sono variazioni sporadiche, Keita rimane un diagonalista che tira fiondate verso l’angolo più distante del campo. Non è così preciso nel cercare le mani alte del muro, riesce a rompere gli schemi con l’attacco in bilanciere: sullo stacco esegue una rotazione del corpo di 180 gradi, dando le spalle alla rete e lavorando quasi solo di avambraccio.
Nella semifinale di Coppa Italia di un anno fa con Perugia gliene sono riusciti due nello spazio di pochi minuti, spiazzando entrambe le volte la seconda linea avversaria. Invece nella semifinale di poche settimane fa, sempre con Perugia (e sempre sconfitta), ha superato il muro a 3 con un pallonetto incrociato che aumenta ulteriormente la varietà del suo repertorio.
Finora però non ne ha avuto bisogno: dal 2022 ha una media in attacco ampiamente sopra il 50% (addirittura 54,1%, solo l’ex Trento Rychlicki ha fatto meglio di lui tra gli attaccanti di palla alta), con un’efficienza che è arrivata al 49% in questa stagione. È spaventoso quando attacca da seconda linea, soprattutto da posto 6. Certo, la pipe è una palla che si gioca in condizioni abbastanza favorevoli, con ricezione perfetta o comunque positiva, ad alta probabilità di riuscita. Ma considerate le doti di salto di Keita, si trasforma quasi in una mezza al centro appena staccata da rete, che viene scaricata a terra con tutta la violenza possibile.
Come i grandi bomber, Keita è un grande accentratore, che vorrebbe attaccare quanti più palloni possibili e che ha bisogno di rimanere in ritmo per non uscire dalla gara (lo scorso anno attaccava oltre il 35% dei palloni di squadra). In questa stagione però sta funzionando anche senza essere sovraccaricato. «Prima attaccavo un sacco di palle, adesso posso rilassare di più il mio corpo».
L’aspetto che sorprende più della sua prolificità è la sua duttilità: in questi anni l’ex tecnico della Rana Verona, Rado Stoytchev, gli ha cambiato ruolo più volte, anche all’interno della stessa partita. Da opposto a schiacciatore e viceversa: il jolly africano ha sempre fatto la differenza, quasi all’istante. Nella finale di Coppa Italia dello scorso anno ha iniziato come schiacciatore, poi dal quarto set è passato opposto con l’inserimento di Sani come S2. Per poco il maliano non si è rivelato il game changer di quella partita, in cui Verona ha saputo recuperare lo 0-2 prima di arrendersi al tie break. Proprio quella Coppa Italia ha rappresentato il picco individuale della sua carriera, con 90 punti spaccati in 3 partite che fanno di lui il miglior marcatore di sempre nella singola annata. Un record difficilmente battibile.
LA PAZZA VERONA
Quest’anno la Rana si è presa la rivincita con gli interessi, dominando la Coppa Italia, il primo trofeo della sua storia. È il trionfo di una squadra molto ambiziosa, che si sta inserendo nel lotto delle big grazie a investimenti pesanti, come l’ex allenatore di Trento, Fabio Soli, uno dei migliori palleggiatori del decennio come Micah Christenson e l’opposto della Nazionale brasiliana Darlan.
Nella realtà dei fatti però la sostenibilità di questo sestetto, zeppo di nomi prestigiosi ma difficili da far giocare contemporaneamente, era tutta da verificare: perché i gialloblù in pratica giocano con un opposto di ruolo, Darlan, Keita in banda, per caratteristiche più attaccante che ricettore, e un altro schiacciatore come Rok Mozic, il capitano dei veronesi, che non è certo un giocatore di equilibrio.
Un sestetto che sembra rinunciare a priori a un’idea di stabilità della seconda linea (per quanto l’innesto del libero Staforini da metà dicembre stia aiutando i compagni in ricezione e difesa) ma che sta comunque funzionando (potremmo dire nonostante la ricezione): Verona è penultima in campionato per percentuale di rice perfetta (16,9%) eppure è la squadra più efficace in attacco (57,5%). Guardando questi dati in controluce si leggono i meriti di un Christenson che anche a 32 anni suonati rimane un palleggiatore d’élite, il quale riesce a reggere l’impalcatura offensiva della squadra, sfoggiando un grande lavoro di piedi e una creatività che rende Verona una squadra credibile anche nel gioco al centro: gli stessi Vitelli e Cortesia stanno disputando una bella stagione, attaccando molto più di quanto ci si potrebbe aspettare con una ricezione così staccata da rete.
La formazione di Soli esce dai canoni di una pallavolo più lineare in cambio palla e ricostruzione, abbracciando una dimensione quasi “emotiva”. Verona sa essere imprecisa in seconda linea e confusionaria nelle transizioni, ma proprio in quel caos riesce a esaltarsi e dare vita ad azioni spettacolari, grazie alla sua voglia di osare e inventare soluzioni straordinarie.
Verona è una squadra imprevedibile ma anche umorale, una tendenza esemplificata dallo stesso Keita, chiamato a crescere come continuità all’interno della partita e come reazione ai fisiologici momenti negativi. «Sono una persona molto emotiva e quest’anno sarà ancora più difficile perché non potrò accettare di perdere con questo tipo di squadra», ha detto il maliano «Quando vedo che stiamo perdendo mi arrabbio molto e questo mi fa uscire dal mio ritmo».
«Siamo un gruppo eterogeneo con un paio di matti che ci dà una vagonata di energia», ha aggiunto il suo allenatore prima delle semifinali di Coppa Italia «Non dobbiamo mai perderla, perché quando ci spegniamo perdiamo la gioia di giocare che è invece la situazione nella quale riusciamo a rendere meglio. Dobbiamo mantenerla e aggiungere contenuti in ricezione e break point, dove invece abbiamo più margine».
Uno di quei matti è sicuramente Keita, sulle cui caratteristiche si modella questa Verona. Una squadra che si basa su attacco e servizio, da cui ricava tanti punti ma anche tanti errori (quasi il 26% delle battute complessive, il peggior dato della Superlega). Il maliano è nella top 5 degli ace assieme a Darlan, ma fa registrare un rapporto errori/ace davvero alto, quasi di 3 a 1 (93 battute sbagliate contro le 34 vincenti). «Prima mi sentivo sempre a mio agio quando servivo, ma adesso ho dei dubbi qualche volta perché non mi sento a mio agio con il lancio palla», ha detto Keita nel documentario disponibile su DAZN, Mai molar «Però se anziché soffermarmi sui piccoli dettagli gioco nel mio modo, posso performare molto meglio. Se sono libero di testa posso fare molto bene». Il lancio palla, a volte troppo basso o troppo dentro al campo, è l’aspetto su cui deve senz’altro migliorare per aumentare l’efficienza.
Ma al di là del servizio, il numero 9 se vuole diventare un campione all-around deve crescere anche negli altri fondamentali, che lo rendono vulnerabile quando sono gli avversari a gestire l’azione: in ricezione è facilmente attaccabile sia con una battuta salto spin sia con la float, che prova ad anticipare usando un palleggio spesso goffo, in quanto non riesce a dare parabola alla palla. Col bagher è poco reattivo sia come posizionamento dei piedi sia come orientamento delle spalle, mostrando una certa rigidità con le gambe (il che è comunque comprensibile per un atleta di quasi 2 metri e 10). Quando vuole coprirsi, il suo allenatore sul cambio palla lo sostituisce col secondo libero Bonisoli o Glatz, o in alternativa cambia Darlan con Sani, una banda che viene schierata come opposto ricevitore. In questi casi Verona riceve a 4 in 5 rotazioni su 6 e chiaramente con una porzione di campo più ridotta Keita è più protetto.
Un esempio della scarsa mobilità (e precisione) di Keita in rice dalla trasferta di Grottazzolina di inizio anno, anche con battute più tattiche.
Anche in difesa è abbastanza carente: certo la generosità non gli fa difetto, il problema sono la compostezza degli interventi e ancora prima la lettura degli attacchi avversari, oltre alla reattività in autocopertura.
Allo stesso modo un giocatore coi suoi mezzi atletici può e deve progredire tanto a muro: la sensazione è che il martello africano si fidi fin troppo delle sue capacità di salto e che cerchi di coprire quanto più spazio all’attaccante che gli sta di fronte, ma in questo modo finisce per trasformarsi in un bersaglio per un mani-fuori, che non fornisce neanche un riferimento valido al centrale che gli va a dare assistenza. Certe sue stampate sono impressionanti, perché quando indovina il tempo di salto e la direzione d’attacco avversaria la palla torna indietro ancora più forte.
Con una struttura fisica del genere dovrebbe essere un fattore quasi andando a muro da solo, eppure è fuori dalla top 20 della classifica muri/set dei giocatori di palla alta (solo 0,25) di questa Superlega. D’altro canto è un fondamentale che si può migliorare con l’esperienza, come dimostrano la crescita evidente di giocatori come Egonu e Lavia, che hanno trasformato un punto debole in un punto di forza nel corso degli anni. A muro non è importante uscire tanto da rete, quanto invadere lo stretto necessario.
UN UOMO, UN'ESULTANZA
Keita è diventato a suo modo un giocatore divisivo anche a causa delle sue esultanze. In uno sport ad alto punteggio, in cui le pause tra un’azione e l’altra sono abbastanza ridotte, solitamente chi fa il punto lo celebra stringendosi in cerchio coi compagni o con un urlaccio, avendo l’accortezza di voltarsi verso la propria metà campo (anche perché si rischia una sanzione arbitrale). Il maliano invece si esibisce in una serie di festeggiamenti plateali e ben riconoscibili. Ad esempio può festeggiare con la mossa in stile John Cena (“you can’t see me”), con la mano davanti agli occhi.
Il gesto più iconico però è quello delle braccia aperte, a mimare il volo dell’aquila, con cui può accompagnare ad esempio una palla che esce dal campo.
Il volo dell’aquila, o dell’airone, come lo chiamano i commentatori di Rai Sport.
Quando mura un avversario invece fa la dab – fa molto 2017, lo so – oppure ondeggia con la schiena. Per contro però dopo un ace, sulla carta uno degli eventi meno frequenti e più scioccanti, capita che il maliano rimanga impassibile e si riporti subito sul punto di battuta, quasi a non voler perdere il filo della concentrazione.
«Mi piace condividere le mie emozioni con tutti, sorridendo con la mia esultanza. È qualcosa di naturale per me», ha detto Keita. Siamo lontani dai livelli di provocazione di una giocatrice come Ebrar Karakurt, la schiacciatrice turca animata da una tensione conflittuale verso tifosi e avversari, che sembra quasi aver bisogno di assorbire l’odio circostante per alimentare il suo gioco.
Con le sue esultanze, Keita invece si prende la scena come una giostra tamarra e un po’ kitsch. Magari il suo scopo vuole essere semplicemente quello di trascinare i compagni (che sempre più spesso lo assecondano imitandolo) e mettere pressione all’altra squadra, ma in uno sport con dei canoni e delle tempistiche abbastanza rigide fa sicuramente notizia.
Pipe+esultanza à la John Cena, la sua firma.
Del resto lo schiacciatore africano è un giocatore molto sicuro di sé, che non perde occasione per ostentare la sua forza. Il che lo rende poco digeribile a quel pubblico che non perdona l’assenza di umiltà negli sportivi. «A volte è quasi troppo spavaldo, ma è quello che ci piace. Ci piace pensare che sia qua per vincere e per crescere», diceva di lui Marchesi il giorno della presentazione.
Già dopo pochi mesi lo stesso Keita diceva di Wilfredo Leon, uno dei migliori schiacciatori degli ultimi 15 anni: «Ho sempre guardato a lui come un modello a cui ispirarmi, ma non voglio fermarmi a questo. Idealmente vorrei fare ancora meglio di lui, sto lavorando sodo. Credo che se ti impegni niente sia impossibile». Sui social parla da leader consumato, che fa leva sulla motivazione autoispirazionale per caricarsi e caricare i tifosi.
IN NAZIONALE?
Keita non è ancora un giocatore così famoso fuori dalla cerchia di appassionati, un po’ perché non gioca in una squadra di vertice (per quanto Verona ormai lo stia diventando), un po’ perché non ha mai partecipato ai grandi tornei per Nazionali, che sarebbero il punto di riferimento in questo sport. Con la maglia del Mali ha partecipato al campionato africano del 2021, chiusi al decimo posto, ma il paese africano non ha una tradizione pallavolistica forte alle spalle e non ha mai preso parte alle competizioni intercontinentali, come mondiali e VNL. Evidentemente anche Keita sente questo desiderio e in una storia su Instagram ha scritto che “sta cercando una nazionale”.
Da come la mette giù, sembra quasi un annuncio di lavoro.
A domanda specifica su Keita, il presidente della FIPAV, Giuseppe Manfredi, nella conferenza stampa di fine 2025 ha risposto: «Mi dicono abbia presentato istanza per diventare cittadino italiano e non dovrebbe avere problemi ad ottenerla. Il problema è che sembra abbia giocato nella selezione dell’Under 17 del Mali [il giocatore ha smentito, ndr], così bisogna capire se la norma che dovrebbe entrare in vigore il prossimo 28 febbraio è retroattiva o meno. Noi monitoriamo la situazione anche per evitare che possa fare scelte diverse». Il nuovo regolamento della FIVB infatti impedirà dei nuovi cambi di Nazionale per atleti che hanno rappresentato il Paese di origine a livello giovanile o di prima squadra, ma anche se la norma non fosse retroattiva bisogna capire come si esprimerà il comitato esecutivo della federazione mondiale sul singolo caso, come ha spiegato Eurosport.
Al di là delle questioni burocratiche, Keita non si è sbilanciato sulla possibilità di vestire la maglia azzurra, forse anche per il possibile interessamento di Turchia e Francia, che secondo alcuni si stanno muovendo per lui.
Il maliano non sta facendo niente per vendersi o arruffianarsi i tifosi, forse perché consapevole che è una situazione che non dipende soltanto dalla sua volontà. Se mai dovesse diventare eleggibile per la Nazionale italiana, sarebbe un jolly incredibile per Fefè De Giorgi, sia da opposto sia da schiacciatore (anche perché questa Nazionale ha una linea di ricezione che potrebbe assorbire i limiti di Noumory nel fondamentale), che aumenterebbe in maniera sensibile le possibilità in attacco dell’Italia. Di certo non sarebbe il primo caso di naturalizzazione “selvaggia” (cioè senza alcun legame con la nuova Nazionale) nel mondo della pallavolo.
Noumory Keita, comunque, rimane uno dei giocatori più estrosi e divertenti del panorama italiano e internazionale, uno di quelli per cui vale la pena guardare una partita, in grado di attirare l’attenzione anche di un pubblico generalista. Un giocatore dallo stile quasi estremo, con pregi e difetti molto evidenti, che però si è dimostrato sempre prolifico in questi quattro anni in Italia, con percentuali da top mondiale. La sua sfida nella seconda parte di carriera, già a partire da questi play-off di Superlega, sarà dimostrare di essere decisivo anche in una squadra in cui non è l’unica stella, che gioca ogni competizione per vincerla.