
ATTO I
È una serata fredda ad Huddersfield, il 22 novembre del 1998. C’è una pioggia sottile, leggera, che si spegne nell’umidità perenne del pomeriggio inglese. Quando il capitano azzurro, Massimo Giovannelli, guida gli Azzurri fuori dagli spogliatoi dell’Alfred McAlpine Stadium, sono le tre del pomeriggio, ma sul terreno di gioco sbattono già le luci bianche dei riflettori.
L’arbitro, il francese Didier Mene, fischia il calcio d’inizio e Paul Grayson, l’apertura inglese, spedisce l’ovale verso la mischia azzurra. La partita nel primo tempo è scorbutica. Si contano oltre venti calci di punizione, la maggior parte dei quali penalizzano il gioco a terra della mischia italiana: forse è una scelta tattica, quella di seminare il caos, rompendo, a qualsiasi costo, il ritmo delle fasi strutturate dell’Inghilterra con interventi al limite ed entrate spesso in fuorigioco. Quando la corazzata Red Rose può imporre con regolarità la sua cadenza ritmata di penetrazioni e ripartenze fa paura.
Si va avanti a muovere il tabellino dalla piazzola: da una parte Grayson, dall’altra Diego Dominguez. Quando il cronometro del primo tempo segna già il minuto 41, l’Inghilterra gioca una mischia a cinque metri dalla linea di meta azzurra. Il mediano di mischia Dawson raccoglie la palla dal fondo del raggruppamento, si allarga, la ributta dentro per il numero 8 Martin Corry che alza l’ovale per la terza ala Ben Clarke: è una giocata preparata. La ruck inglese ara la difesa italiana, Dawson riapre il gioco velocissimo per l’apertura Grayson, altra imbucata interna per l’ala chiusa Luger, che schiaccia l’ovale in meta: si va al riposo sul 16 a 6.
Al rientro dagli spogliatoi è una partita molto diversa e l’Italia torna in campo con un altro piglio. Già al quarantacinquesimo schiaccia gli inglesi dentro la loro area dei 22 metri, Troncon da una ruck quasi di fronte ai pali apre il pallone largo, salta Dominguez, la palla arriva al terza centro Caione, che lancia Stoica. Il centro azzurro sfonda, va a terra, riciclo veloce per il seconda linea Checchinato, fermato a pochi metri dalla meta dalla difesa inglese che si tuffa sulla ruck: calcio di punizione. Troncon batte veloce, manda dentro, a testa bassa, Massimo Cuttitta, gli inglesi fermano il pilone azzurro a pochi metri dalla segnatura, l’ovale esce fuori rapidissimo, Troncon lo raccoglie, si muove verso destra, sul lato corto, finta il passaggio e si tuffa dentro: meta.
Gli azzurri alzano le braccia, ma l’arbitro francese prima guarda per un attimo l’assistente, poi dice che il pallone è stato tenuto alto. I replay, immediatamente, mostrano che la meta è chiarissima. In tribuna anche gli inglesi sono costretti ad ammettere quella che è un’evidenza plateale, ma non c’è niente da fare, il TMO non è ancora arrivato nel rugby e gli azzurri accettano senza fiatare la decisione dell’arbitro. È un periodo, la fine degli anni Novanta, l’inizio degli anni Duemila, nel quale succedono spesso, all’Italia, cose come questa, in un ambiente, quello del rugby internazionale di alto livello, che è contento, sì, ma solo a metà, della crescita del rugby italiano, e che per questo, sovente, punisce gli azzurri con arbitraggi che hanno la stessa alterigia del nobile nei confronti del mezzadro.
La partita, quella partita, alla fine la vince l’Inghilterra 23 a 15, dopo una battaglia di calci che ha lasciato il match in bilico, 16-15, sino a due minuti dalla fine, cioè fino a quando Will Greenwood (che in Italia c’è cresciuto insieme al padre Dick, che allenava il Rugby Roma) trova dal nulla una meta fortunosa, con un calcetto sbilenco che sbatte a terra, fra l’estremo Pini e l’ala Roselli, e gli ritorna in mano, pronto per essere schiacciato in mezzo ai pali. Nel 2017, senza fretta, Sir Clive Woodward, tecnico inglese dell’epoca che con quell’Inghilterra avrebbe poi vinto i mondiali del 2003, dirà che quella partita l’Italia meritava di vincerla. Ma poco importa, in fondo: quella serata di fine autunno del 1998 resta comunque una delle pietre miliari sulle quali si costruisce la crescita del rugby italiano di alto livello. È lì che comincia a nascere la vittoria del 7 marzo 2026.
A rivederla oggi, 27 anni dopo, questa meta, davvero è difficile capire come e perché all’epoca l’arbitro francese Mene decise di non assegnarla. O, forse, tanto difficile da capire non è.
INTERMEZZO
In Inghilterra non ci vado più. Ho combinato un sacco di casini a casa e mio padre ha deciso: i soldi che servono per la trasferta lui non ce li mette. Così, all’allenamento del mercoledì, mentre si prova la squadra per l’amichevole che giocheremo a Bridgewater, nel Somerset, prima di andare a vedere l’Italia a Twickenham, io sono nel gruppo di sventurati (pochi) che resterà a Milano, e faccio opposizione blanda mentre si provano le touche e le giocate dei tre quarti. Giovedì, mentre studio per l’esame di Partiti politici e gruppi di pressione, squilla il telefono: è il presidente. Mi chiede perché ho deciso di non partire, gli spiego che mio padre non mi manda, mi dice “non esiste, tu vieni e basta”, che non possono fare brutte figure, che in terza linea devo giocare io con Seba e Giorgio, che con mio padre ci parla lui, che paga tutto lui, di dargli il numero, che in Inghilterra ci vado, di prepararmi. Non conosce mio padre, penso, ma il numero glielo do lo stesso. Mio padre mi chiama una ventina di minuti dopo: è una furia. Come ho potuto farlo passare da pezzente, dice. Tu in Inghilterra non ci vai perché non te lo meriti, ed è d’accordo anche Alberto, il presidente, urla. Poi però cambia tono, dice che hanno pensato a una soluzione: in Inghilterra ci vado, sì, e paga il presidente, ma con la mia quota viene pure mio padre, così mi tiene d’occhio. E dunque, si va.
Arriviamo ad Heathrow, poi tre ore di minibus per Bridgewater, solcando la steppa britannica occidentale, quando arriviamo ci portano a mangiare fagioli con il pomodoro, pancetta, frittelle di patate, sanguinaccio: dicono che è la loro colazione. Poi andiamo in giro per i pub, io torno in stanza alle 4 di notte dopo aver mangiato il primo kebab della mia vita, sono in pesante stato di alterazione alcolica, mi sveglio alle 10 con dei postumi da sbornia imbarazzanti e il conte Asola che mi dice “che problema c’è”, mi butta due Alka Seltzer dentro un bicchiere d’acqua e sibila “venti minuti e sei a posto”.
Non sono a posto per niente, ma al pomeriggio gioco lo stesso, perdiamo ma vinco il man of the match e il presidente è contento e dice a mio padre “hai visto” e mio padre dice “ho visto che è una testa di” e viene al terzo tempo. La domenica, di fronte allo stadio, comincia la ricerca disperata per il mio biglietto, perché mio padre si è preso il mio, di biglietto, e sono tutti d’accordo che o lo troviamo da un bagarino oppure me la guardo al pub: in ogni caso, sarò da solo, la grande prestazione in campo del giorno prima non ha commosso nessuno. Il biglietto alla fine lo troviamo, in un settore dello stadio molto migliore di quello dove stanno i miei compagni di squadra.
Sono le 15 del 9 marzo 2003, a Twickenham ci sono 72.000 spettatori e l’Inghilterra ci asfalta, 40 a 5. L’Italia prende sei mete da un XV inglese che vola sul campo, bucando la nostra linea arretrata con folate imprendibili. L’estremo Josh Lewsey in giornata di grazia, fa una meta in cui, dopo un buco di 50 metri, regala allo stadio un cambio di passo travolgente, finta in corsa di andare a destra, Mirco Bergamasco si gira di spalle, lo perde di vista, lui ritorna a sinistra e poi schiaccia in meta con l’estremo italiano che gli arriva addosso quando ormai è ineluttabilmente tardi. Questa è una delle tante partite simbolo dell’Italia che non vinceva mai, dei tifosi azzurri obbligati a una fedeltà cieca, del periodo nel quale i tifosi degli altri sport continuavano a dire “ma che gusto c’è a tifare una squadra che perde sempre”, del rugby italiano che lotta strenuamente per crescere nel mondo dell’ovale top tier, circondato da una sensazione di impotenza perfetta, conosciuta e provata per decenni da migliaia di appassionati, in infiniti pomeriggi azzurri passati a tifare una squadra piena di coraggio, ma destinata ad essere un’eterna, infinita perdente.
La meta di Lewsey è splendida, ma è anche la dimostrazione di una squadra, l’Italia, ancora troppo acerba per tenere il confronto con la pressione di uno stadio mitico come quello londinese di Twickenham.
ATTO II
Trentatré partite. Tante ce ne sono volute per battere per la prima volta l’Inghilterra. Un viaggio cominciato l’8 ottobre del 1991 a Londra, nel primo test ufficiale contro gli inglesi, una sconfitta per 36 a 6 nella Pool 1 della coppa del mondo, e terminato sabato 7 marzo 2026 allo stadio Olimpico di Roma, con il successo per 23 a 18 della squadra guidata da Gonzalo Quesada. No, non è la prima vittoria “storica” degli azzurri nel rugby di alto livello, ma è un successo molto diverso da tanti raccolti nel passato recente e lontano.
La storia del rugby italiano è stata spesso costellata di vittorie raggiunte o sfumate per un’occasione, per una touche conquistata o sbagliata, per un calcio di punizione finito sul palo, per un passaggio in avanti a pochi metri dalla linea di meta. Oppure frutto di partite perfette. E invece no, questa vittoria non è stata perfetta, questa vittoria è stata diversa perché non è nata da un’occasione sfruttata. L’Italia questa partita l’ha vinta dopo che sembrava averla ormai persa, l’ha vinta nonostante abbia mancato quelle che sembravano le occasioni di una vita per portarla a casa, l’ha vinta perdendo praticamente tutte le battaglie aeree fino a dieci minuti dalla fine, l’ha vinta anche se a volte è andata in confusione, passando la palla quando sarebbe stato più intelligente tenerla, regalando una meta all’Inghilterra alla fine del primo tempo, insomma l’ha vinta seppur giocando una partita piena di errori. Ed è proprio per questo motivo che la vittoria degli Azzurri contro l’Inghilterra vale più delle altre.
Perché non è un successo estemporaneo, nato da un momento di difficoltà sfruttato al meglio, da condizioni atmosferiche che ci danno una mano, da una giornata storta degli avversari. L’ha vinta mancando 20 placcaggi, concedendo 11 calci di punizione, subendo tre penalità (a dire il vero dubbie) in mischia, che sin qui aveva dominato in lungo e in largo nel torneo. Un elemento chiave, poco sottolineato, di questa vittoria, riguarda la prestazione di estrema lucidità con la quale il pack azzurro ha gestito i punti d’incontro, nonostante il disturbo furibondo della mischia inglese, che ha obbligato Garbisi prima e Fusco poi a smistare il 32% dei palloni da ruck con tempi di rilancio del pallone sopra i 6 secondi: un’eternità a questi livelli.
La grande maturità di questa squadra si percepisce a un quarto d’ora dalla fine del match contro l’Inghilterra. Il XV inglese, che sta giocando già in quattordici per l’ammonizione del terza linea Sam Underhill, resta per tre minuti con due uomini in meno dopo il cartellino giallo comminato dall’arbitro francese Ramon al capitano delle Red Roses, Maro Itoje, per un fallo antisportivo molto stupido, uno schiaffo al pallone, da posizione di fuorigioco, mentre Fusco sta per rilanciare il gioco: è un’occasione unica. L’Italia calcia fuori la punizione e va a giocarsi la touche, a dieci metri dalla linea di meta, con due uomini di vantaggio, sotto nel punteggio di appena due punti, 16 a 18. Di Bartolomeo lancia, Ruzza va in aria e riporta il pallone a terra, impostiamo la maul che però, per troppa foga, per troppa fretta, viene imbrigliata dagli inglesi, che ci trascinano fuori e conquistano il lancio.
Touche inglese nei loro cinque metri, calcio perfetto di liberazione, di nuovo rimessa italiana, poco fuori dai 22 metri. Sarebbe una buona piattaforma di attacco, ma stavolta perdiamo la touche e facciamo anche fallo, con un goffo intervento di Di Bartolomeo, che, nel tentativo di recuperare il pallone vagante, prende in aria il mediano inglese: nel giro di due minuti siamo passati da giocare in tredici contro quindici, palla in mano, a pochi metri dalla linea di meta inglese, a difendere l’attacco impetuoso dell’Inghilterra. Eppure, l’Italia non perde la testa. Mentre molti tifosi azzurri pensano che la partita stia scivolando via, che non la si riesca a girare, che ancora una volta, per pochi punti, questi inglesi, in un Olimpico nel quale riecheggia “Swing Low, Sweet Chariot" riescano a portarla a casa, la partita cambia. L’Italia difende l’attacco veemnte degli inglesi, Mirco Spagnolo ruba palla in una ruck molto confusa a cinque metri dall’area di meta italiana e Marin spara uno splendido calcione, che obbliga l’Inghilterra a tornare indietro, nella sua metà campo. Grande pressione di Lynagh, due ruck inglesi per ripulire l’ovale, calcio altissimo di Jack van Poortvliet e, finalmente, l’Italia recupera, con Pani, un pallone aereo pulito. Il cronometro segna 71 minuti e 24 secondi. Il pack azzurro è schierato compatto, vicino al raggruppamento, e sembra voler impostare una nuova penetrazione. La palla però viene scaricata all’indietro da Niccolò Cannone, verso Paolo Garbisi, che con coraggio, con lucidità, dopo una partita in cui, ancora una volta, ha mostrato grandissima presenza difensiva, oltre che gestire le avanzate azzurre, ha chiamato il contrattacco.
L’apertura italiana, mentre la difesa inglese sale piatta, calcia dritto per dritto su Ioane, che sull’out sinistro è l’unico tre quarti azzurro ad essere rimasto in linea, mentre gli altri sono schierati diagonalmente, profondi. L’ovale plana perfettamente fra le braccia dell’ala italiana, che non salta nemmeno, e lo riceve dando le spalle alla linea di touche. Step in per evitare il 14 inglese Roebuck, accelerazione per fissare il secondo centro inglese Freeman e scarico in caduta per Menoncello, senza dubbio il centro più forte al mondo in questo momento, che ha seguito l’azione e arriva come un cingolato a solcare il canale esterno sinistro dell’Olimpico. Il centro azzurro evita la francesina di Atkinson, rompe il tentativo di placcaggio dell’estremo Elliot rimbalzandogli addosso con una veronica e infine, per evitare il tentativo disperato di Finn Smith di bloccarlo, scarica su Marin, che punta verso il centro e schiaccia in meta. La segnatura, bellissima, chiude virtualmente la partita ed è un condensato perfetto di quanto l’Italia sia cresciuta dal punto di vista tattico e tecnico.
L’azione personale di Menoncello è splendida, ma è tutta la squadra a muoversi alla perfezione: lo schieramento della mischia in ruck, il calcio di Garbisi, la ricezione con accelerazione interna di Ioane, il sostegno di Marin e Fusco all’interno.
C’è il coraggio delle scelte di gioco, soprattutto ci sono tanti piccoli momenti, di squadra e individuali, che raccontano la forza di questo gruppo: dal recupero di palla di Spagnolo, arrivato dopo una difesa senza falli al limite, alla rapidità con cui mischia e tre quarti si rischierano nel momento della chiamata di Garbisi, peraltro in un passaggio del match di apnea totale, dopo aver risalito il campo a tutta velocità, dopo aver difeso alla morte un’Inghilterra che era arrivata a pochi metri dalla meta che avrebbe chiuso la partita. Ecco, per questo la vittoria dell’Italia contro l’Inghilterra vale di più: perché è la dimostrazione, definitiva, di un percorso di crescita nel quale i successi arrivano attraverso la fiducia concreta nel proprio rugby. Resta adesso, nel rugby internazionale, una sola squadra che l’Italia non ha mai battuto nella sua storia, e si chiama Nuova Zelanda. Intanto, però testa al turno finale del Sei Nazioni, sabato 14 marzo a Cardiff, contro un Galles che ha dimostrato di essere molto più orgoglioso e sul pezzo di quanto ci si potesse immaginare a inizio torneo, per una partita che può diventare il sigillo definitivo su una nuova era della nazionale italiana di rugby, superando anche la barriera emotivo-psicologica delle partite “facili” dopo una grande vittoria: forse l’ultimo tabù da abbattere per una squadra piena di talento, di cuore e di emozione.